Partito di Alternativa Comunista

Il programma e il partito che vinsero a Ottobre. Il filo rosso da Marx ai bolscevichi

Il programma e il partito che vinsero a Ottobre.

Il filo rosso da Marx ai bolscevichi

 

 

di Francesco Ricci

 

In occasione dell’anniversario della rivoluzione d’Ottobre, riportiamo qui un saggio sul partito bolscevico già pubblicato sulla nostra rivista teorica Trotskismo oggi.

 

Ormai qualsiasi storico o studioso serio, a eccezione di quelli ignoranti o stalinisti (ma appunto non possono essere annoverati tra i seri), riconosce che la rivoluzione d'ottobre fu il prodotto dell'unione di due elementi: il programma della rivoluzione permanente e il Partito bolscevico.
Il primo elemento fu un apporto teorico fondamentale di Trotsky, che Lenin non condivideva fino alla primavera 1917. Il secondo elemento fu un apporto teorico e pratico indispensabile di Lenin, che Trotsky non condivideva (o a cui mosse comunque obiezioni importanti) fino almeno al 1914.
Le «Tesi di Aprile» (1) di Lenin - che di fatto riprendevano la teorizzazione della rivoluzione permanente trotskiana - e l'ingresso di Trotsky e degli Interdistrettuali (2) nel Partito bolscevico costituiscono dunque quel matrimonio che originerà il patrimonio teorico-pratico che rese possibile la vittoria dell'Ottobre.
Tanto Lenin come Trotsky, a differenza di quanto ancora talvolta si legge in saggi agiografici dell'uno o dell'altro (saggi di cui i due avrebbero riso), avevano per anni sofferto di deviazioni centriste. Lenin oscillava sul tema del carattere e del programma della rivoluzione russa; Trotsky sul tema del partito necessario per assolvere a questo programma. Precisiamo: non consideriamo né l'uno né l'altro dirigente come «centrista» ma appunto parliamo di deviazioni.
È un fatto, non una opinione: se Lenin avesse mantenuto il programma della «dittatura democratica degli operai e dei contadini» (come fecero tutti i dirigenti bolscevichi, fino al suo arrivo in Russia); o se Trotsky si fosse rifiutato di ammettere che si era sbagliato sul Partito bolscevico, oggi probabilmente non staremmo commemorando i 100 anni dell'Ottobre.
Furono l'«inventore» del bolscevismo (Lenin) e «il migliore dei bolscevichi» (così Lenin definisce Trotsky dopo la sua svolta sul partito) a dirigere l'Ottobre.
Certo la rivoluzione, ci insegna il marxismo, non la fanno i «grandi uomini» ma le masse e le singole figure sono il prodotto dello sviluppo storico delle classi in lotta. Però solo chi sostenga una caricatura para-bordighista del marxismo (con relativa sottovalutazione del ruolo delle personalità nella storia) può affermare che ci sarebbe stato l'Ottobre anche senza la citata duplice svolta e il ruolo insostituibile di Lenin e Trotsky.
Precisiamo meglio: Lenin e Trotsky, così come la loro teoria e pratica del partito e del programma della rivoluzione permanente, non furono il prodotto di due brillanti dirigenti: furono il prodotto della lotta di classe e di lotte di frazione non solo del loro periodo e del loro Paese, ma anche di tutto lo sviluppo del marxismo dai tempi di Marx ed Engels.
Tanto al tema della rivoluzione permanente come a quello del bolscevismo abbiamo dedicato due lunghi saggi su questa rivista (3): a essi rimandiamo per un approfondimento. Qui cercheremo non di riassumere i medesimi concetti ma di indicare alcuni passaggi che consideriamo importanti. Vogliamo provare a dare in questo articolo una nostra risposta ad alcuni quesiti teorici fondamentali che ancora emergono nel dibattito di chi - nei fatti o talvolta solo a parole - si pone il problema di come sfruttare l'immenso patrimonio del marxismo per realizzare nuove rivoluzioni socialiste oggi.
In particolare sono tre i nodi che vogliamo sottoporre alla riflessione del lettore. Primo, la rivoluzione d'ottobre ruppe o sviluppò il marxismo di Marx? Secondo, il bolscevismo e il partito di Lenin costituirono una rottura o una continuità con la concezione del partito in Marx? Terzo, perché oggi abbiamo bisogno di un partito di tipo bolscevico e del programma trotskista (inverato nell'Ottobre) della rivoluzione permanente?
Prima di rispondere a queste tre questioni abbiamo la necessità di richiamare brevemente: a) le coordinate che definiscono la teoria programmatica di Trotsky e b) la concezione organizzativa di Lenin ma anche c) di ricordare al lettore cosa successe nei mesi che vanno da aprile (ritorno di Lenin in Russia) alla conquista del potere.

 

  1. a) Un riepilogo delle «tre teorie» sulla rivoluzione russa

Fu Trotsky, in un importante saggio del 1939 (4), a ricordare che dall'inizio del XX secolo esistevano essenzialmente tre concezioni della futura rivoluzione russa (5). Una prima - apparentemente «ortodossa» rispetto al pensiero di Marx - concependo la storia dei diversi Paesi come un susseguirsi inevitabile di stazioni che ciascun Paese doveva attraversare per arrivare alla meta (il socialismo) riteneva che la Russia dovesse passare attraverso uno sviluppo simile a quello dei Paesi europei a capitalismo avanzato. Solo il passaggio della società per tutti gli stadi attraversati da Paesi come l'Inghilterra e la Germania avrebbe posto le basi per un futuro socialista. Questo percorso «inevitabile», fatalisticamente prescritto da presunte «leggi» economiche della storia, avrebbe richiesto un largo lasso di tempo, forse di secoli, per cui il compito dei socialisti non poteva essere ancora quello di preparare una rivoluzione socialista ma piuttosto di sostenere la «borghesia progressista», facilitarne la vittoria, ausiliandone il lavoro che essa (presuntamente) avrebbe svolto con un ruolo dirigente per far uscire la Russia dallo stadio semi-feudale zarista.
Secondo questa teoria - i cui massimi campioni erano i menscevichi - sarebbero state necessarie due distinte rivoluzioni: prima una rivoluzione borghese, con i socialisti nel ruolo di pungolo del «fronte antizarista» diretto dai liberali borghesi; poi una successiva (molto successiva, decenni o secoli dopo) rivoluzione socialista. Come corollario, la rivoluzione, secondo questa analisi condivisa da settori maggioritari della Seconda Internazionale, sarebbe realisticamente scoppiata prima nei Paesi più avanzati.
Al polo opposto si collocava la teoria che, a partire dal 1905 (6), veniva elaborando Trotsky. Secondo Trotsky, la borghesia russa era incapace di realizzare gli obiettivi democratici, solo il proletariato poteva farlo, «saltando» impossibili tappe intermedie «democratiche», e realizzando al contempo gli obiettivi democratici e quelli socialisti. Ciò richiedeva la conquista del potere da parte della classe operaia, egemone in una alleanza con i contadini poveri, che instaurasse la dittatura del proletariato per realizzare la rivoluzione agraria e, in un unico processo ininterrotto, in una «trascrescenza» della rivoluzione, espropriare la borghesia. Dunque all'ordine del giorno c'era non una impossibile «rivoluzione democratica» che desse vita a un regime intermedio ma la rivoluzione socialista per instaurare la dittatura del proletariato.
Questa rivoluzione sarebbe stato solo l'inizio e avrebbe potuto svilupparsi unicamente nel quadro di un allargamento internazionale della rivoluzione, a partire dall'Europa. Questa teoria si fondava sulla legge dello «sviluppo diseguale e combinato» di ogni singolo Paese (con la dialettica tra i suoi elementi arretrati e i suoi elementi avanzati) e soprattutto dei Paesi tra loro, su scala internazionale. Sarebbe stato possibile ai Paesi più arretrati (come appunto la Russia) di usufruire del «vantaggio» dei Paesi a capitalismo avanzato (essendo tutti i Paesi parte di una globalità), rompendo con l'idea di uno sviluppo lineare, «evoluzionistico», non attendendo dunque necessariamente che a iniziare fossero i Paesi con un maggiore sviluppo industriale in quanto appunto le premesse socio-economiche della rivoluzione andavano individuate in una totalità internazionale.
Tra queste due concezioni (ciascuna dotata di una sua coerenza interna) si collocava la posizione, tutto sommato più incoerente, di Lenin e dei bolscevichi (in parte fondata su testi di Kautsky (7): una rivoluzione borghese «portata fino in fondo» non dalla borghesia, geneticamente incapace di svolgere questo ruolo (su questo punto Lenin e Trotsky la pensavano allo stesso modo), ma da un'alleanza «algebrica» del proletariato e dei contadini. Il primo risultato di questo processo sarebbe stata una «dittatura democratica degli operai e dei contadini» e non subito (qui stava la differenza con Trotsky) una dittatura del proletariato. Lenin pensava cioè a una rivoluzione che sfociasse nella costituzione di una repubblica dentro i limiti della democrazia borghese, che tuttavia sarebbe stata il preludio immediato di un rapido sviluppo verso la rivoluzione socialista nel quadro della rivoluzione europea.
Delle tre teorie, due (quella dei menscevichi e quella di Lenin) concepivano dunque, pur nelle differenze tra loro sulla direzione di classe e sui tempi del processo, una rivoluzione a tappe, prima borghese e poi proletaria. Il Lenin del 1906 è molto netto e bolla come «ignoranti» coloro che «chiudono gli occhi sulla natura borghese della rivoluzione democratica» (8).
L'altra teoria (quella di Trotsky) prospettava invece appunto una rivoluzione ininterrotta, permanente, al cui inizio c'era l'insurrezione operaia per la conquista del potere e l'instaurazione della dittatura del proletariato, premessa indispensabile per l'assolvimento dei compiti democratici e di quelli socialisti.

 

  1. b) Un riepilogo della concezione leninista del partito d'avanguardia

Lo scontro al II Congresso del Posdr (1903) tra Lenin e Martov è apparentemente sulla qualifica di membro del partito. Su questo tema viene infine approvato lo Statuto proposto da Martov mentre sul resto dello Statuto c'è accordo tra gli iskristi: sono gli economicisti che propongono una organizzazione non centralizzata e i bundisti che propongono un'organizzazione federalista. Il partito centralizzato e disciplinato (che non è una invenzione di Lenin ma è l'eredità accettata da tutti gli iskristi che arriva dal Marx della Lega dei comunisti e della Prima Internazionale dopo la Comune) non è in questo momento oggetto di discussione tra Lenin e Martov: anche se la formula di Martov, che apre la porta del partito senza un reale vincolo di militanza, rende chiaramente solo platonico il richiamo del resto dello Statuto alla disciplina e al centralismo.
Nemmeno il concetto di coscienza socialista «portata dall'esterno» (contenuto nel Che fare?, pubblicato nel 1902) è in discussione nel II Congresso e nemmeno questo è una novità introdotta da Lenin. È Lenin stesso a indicare come sua fonte una affermazione di Kautsky sul socialismo e la lotta di classe che nascono «non uno dall'altro ma uno a fianco all'altro» (la citazione di Kautsky è in un articolo pubblicato su Die Neue Zeit nel 1902). Lo stesso concetto è contenuto anche nel Programma di Hainfeld della socialdemocrazia austriaca (1899), elaborato da Kautsky e Adler, che Lenin cita: «La coscienza socialista è qualcosa che deve essere introdotto nella lotta di classe proletaria dall'esterno».
Dietro la divergenza sulla definizione di membro del partito c'era in realtà - come si potrà vedere con chiarezza solo negli anni seguenti - il rapporto tra il partito e la classe, e quindi il concetto di indipendenza della classe operaia dalla borghesia. Non a caso la polemica sullo Statuto collocherà nel vivo della rivoluzione del 1917 bolscevichi e menscevichi dai due lati opposti della barricata di classe.
La concezione espressa da Lenin è quella di un partito operaio di quadri con influenza di massa tra gli operai in primo luogo. Una organizzazione d'avanguardia al contempo «separata» dalla massa operaia e «integrata» nelle masse in lotta. Questa «separazione» è la condizione necessaria per elevare strati sempre più ampi al livello dell'avanguardia, cioè per guadagnare all'azione rivoluzionaria la maggioranza politicamente attiva del proletariato. Un'organizzazione dai confini ben definiti, distinta dagli altri partiti operai (riformisti), a cui si aderisce non solo sulla base di un accordo sul programma e su un generico sostegno al partito (come propone Martov), ma che richiede la militanza quotidiana in una struttura del partito. La formula statutaria di Martov, portata alle sue estreme conseguenze (come avvenne negli anni seguenti), annullava questa distinzione tra il partito e la classe, negando quindi nei fatti il ruolo del partito d'avanguardia.
Sul tema del regime interno al partito la polemica si svilupperà dopo il II Congresso. Il libro centrale di Lenin in questa polemica è Un passo avanti e due indietro (1904). È qui (anche se ancora non compare il termine «centralismo democratico») che in termini polemici Lenin difende un regime centralista rigoroso, la disciplina di ferro, il principio di maggioranza, la subordinazione della parte al tutto, cioè delle sezioni locali al congresso e agli organismi eletti dal congresso, di ogni militante individualmente al partito nel suo insieme (9).
Ma lo stesso concetto di severa disciplina, su cui Lenin insiste, in polemica con i menscevichi che gli addebitano una concezione «militare» del partito, è ripreso dalla Spd e da Kautsky «quando era marxista» (per usare una espressione frequente in Lenin).
In un articolo del 1904 sul partito, ad esempio, Kautsky scrive: «Come combinare la necessità della disciplina con la necessità di poter difendere liberamente le proprie convinzioni? (...) È impossibile porre fine a questo tipo di conflitti: sono il prezzo che paghiamo per il maggior potere che l'individuo e la classe acquisiscono grazie all'organizzazione di partito. Nessuno di noi - nemmeno il compagno più brillante - significherebbe una centesima parte di ciò che rappresentiamo se parlasse meramente a titolo individuale e non come rappresentante del maggior partito tedesco. (...) Quando ci troviamo di fronte a una battaglia, non si possono disperdere le forze in nome del “libero sviluppo della propria individualità”. Il nostro motto deve essere: serrare le file!».(10)
Dopo il Congresso del 1903 Lenin e i bolscevichi si trovano isolati nella Seconda Internazionale. Contro Lenin si schiera a sorpresa anche Kautsky, cioè la massima autorità teorica dell'Internazionale. Su sollecitazione di Axelrod e altri dirigenti menscevichi, Kautsky invia un articolo (pubblicato il 15 maggio 1904 sulla nuova Iskra diretta dai menscevichi): «Sulle nostre divergenze di partito».
In realtà Kautsky si schiera con la formulazione statutaria di Martov ma motivando ciò con le esigenze di un partito clandestino, come è quello russo. Essenzialmente Kautsky si schiera coi menscevichi perché è con loro che stanno i principali dirigenti russi di cui ha molta stima (Plechanov, la Zasulic). In ogni caso invita a una riconciliazione e nei fatti non avanza una critica di fondo alla concezione che Lenin aveva infatti ripreso da Kautsky stesso (11).
Rosa Luxemburg entra nel dibattito in forma più decisa e attacca il Lenin di Un passo avanti e due indietro (1904) e le sue posizioni nel dibattito del Congresso: lo accusa di «iper-centralismo», di «sostituzionismo», di «blanquismo». Lo fa con l'articolo «Problemi organizzativi della socialdemocrazia russa», pubblicato sulla nuova Iskra e su Die Neue Zeit (12). L'articolo della Luxemburg in realtà invece di incentrarsi sul merito delle posizioni si attacca alla forma, prende ogni iperbole polemica di Lenin e la assolutizza per dimostrare che è sbagliata.
Anche Lev Trotsky, che era arrivato al II Congresso come sostenitore di Lenin, rompe con Lenin e si schiera per un breve periodo con i menscevichi.
A partire dalla pessima biografia di Isaac Deutscher (13), ex dirigente trotskista ostile alla costruzione della Quarta Internazionale, si è diffusa l'interpretazione di coloro che pretendono di «tornare» al giovane Trotsky contrapponendolo al Trotsky bolscevico. Seconda questa interpretazione, in alcuni testi (14) il giovane Trotsky avrebbe correttamente previsto la parabola degenerativa conclusasi con lo stalinismo, che troverebbe la sua fonte nella concezione del partito di Lenin (accusato di sostitutismo e di ultracentralismo). Per sostenere questa versione, che incredibilmente trova ancora molti seguaci anche fra presunti «trotskisti», è necessario fingere di ignorare che Trotsky stesso fece una critica implacabile dei suoi scritti anti-bolscevichi. Nella sua autobiografia, ad esempio (ma ci sono decine di altri testi), sottolinea che quando polemizzava con Lenin non aveva ancora compreso «l'importanza di un centralismo rigoroso e severo per un partito rivoluzionario che vuole dirigere contro la vecchia società milioni di uomini» (15).
Soprattutto, più importante dei testi c'è tutta l'attività pratica di Trotsky e di particolare interesse è, in questo senso, la sua opera di costruzione dei partiti della Quarta Internazionale, basati su un «centralismo rigoroso e severo».

 

  1. c) 1917: la teoria della rivoluzione e del partito alla prova dei fatti

È il 3 aprile 1917 (16 aprile del nostro calendario) quando il cosiddetto treno blindato che ospita Lenin, Zinovev, la Krupskaja, Inessa Armand, Radek e altri arriva alla stazione Finlandia. Ad accoglierlo c'è una delegazione del soviet di Pietrogrado, guidata dal menscevico Cheidze che pronuncia un discorso di benvenuto. Lenin gli volta le spalle e si rivolge alla folla. Scrive Trotsky: «Il discorso che Lenin pronunciò alla stazione Finlandia sulla natura socialista della rivoluzione russa fu una bomba per molti dirigenti del partito [bolscevico, ndr]» (16).
Lenin espone nuovamente la sua posizione a 200 militanti che, la sera del 3 aprile, lo ascoltano a Pietrogrado. Tra loro c'è anche Nicolaj Soukhanov (menscevico internazionalista) che nelle sue Memorie così racconta l'effetto che fece quel discorso: «(...) sembrava che tutti gli elementi fossero usciti dai loro rifugi e che lo spirito di distruzione universale, che non conosceva né limiti né dubbi (...) si librasse nella sala (...)». Quando Lenin finisce di parlare, ci sono applausi ma i dirigenti bolscevichi presenti hanno lo sguardo smarrito.
Lenin ha indicato al contempo un cambio di strategia e la necessità, per realizzare la nuova linea, di distruggere l'influenza schiacciante dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari (il partito Sr) nei soviet (i bolscevichi sono in quel momento una piccola minoranza). Il caso vuole che proprio il giorno successivo sia organizzata una riunione per avanzare verso la riunificazione tra bolscevichi e menscevichi...
Lenin non esitò ad abbandonare la vecchia teoria e, con grande scandalo di molti, iniziò a difendere, nei fatti, la teoria che da oltre dieci anni aveva elaborato Trotsky. Per questo, commenta Trotsky: «Nulla di strano che le “Tesi di Aprile” di Lenin siano state condannate come trotskiste» (17).
Soukhanov, che assiste, scrive: «A questa riunione (...) Lenin apparve come l'incarnazione vivente della scissione e tutto il senso del suo intervento consisteva in primo luogo nel seppellire l'idea dell'unificazione» (18).
Ma facciamo un passo indietro. Subito dopo aver appreso dello scoppio della rivoluzione di febbraio, Lenin inizia dall'esilio svizzero una battaglia per modificare radicalmente la strategia del partito. Per prima cosa il 6 marzo invia al partito questo telegramma: «Nostra tattica: sfiducia completa, nessun appoggio al nuovo governo: sospettare in particolare di Kerensky; armamento del proletariato, sola garanzia (...) nessun riavvicinamento con altri partiti» (19).
Nel mese di marzo scrive le Lettere da lontano (la Pravda ne pubblicherà solo una, tagliandola). Al centro di queste lettere e dei fondamentali testi successivi, tra cui spiccano le «Tesi di Aprile», di cui ci occuperemo tra poco, c'è l'esempio della Comune di Parigi che Lenin è tornato a studiare in quei mesi, mentre sta compilando il cosiddetto Quaderno azzurro (Il marxismo e lo Stato), una raccolta di citazioni commentate di tutti i concetti espressi da Marx ed Engels in relazione al tema dello Stato, lavoro che gli servirà per scrivere Stato e rivoluzione (20).
La rivoluzione che si sta sviluppando in Russia, afferma Lenin, è una rivoluzione socialista. Per questo l'obiettivo della rivoluzione è «spezzare lo Stato borghese», così come fecero gli operai parigini, e sostituire a esso la dittatura del proletariato. Cioè non si tratta di cambiare il conduttore della vecchia macchina statale ma di distruggerla e di sostituirla con una completamente nuova. Ma per arrivare a questo obiettivo è necessario affermare la più completa indipendenza del proletariato dalla borghesia e dal governo provvisorio, che è un governo borghese nonostante sia sostenuto dai soviet (in cui hanno la maggioranza i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi).
È stato giustamente osservato da vari studiosi (21) che la svolta operata da Lenin alla stazione Finlandia fu preparata, da un punto di vista teorico, con l'immersione nello studio della Scienza della logica di Hegel che Lenin iniziò nel 1914. Uno studio di cui sentiva il bisogno per spiegare il tradimento della Seconda Internazionale di fronte alla prima guerra mondiale e per comprendere la capitolazione completa cui erano giunti i suoi maestri di un tempo: Plechanov e Kautsky (quest'ultimo, in parallelo con la deriva burocratica della Spd, stava abbandonando progressivamente quel marxismo di cui era stato il «papa rosso» nell'Internazionale).
In quei mesi, chiuso nella biblioteca di Berna, Lenin scopre un altro Marx, ripulito dalle incrostazioni feuerbachiane, un marxismo dialettico (quello delle «Tesi su Feuerbach» scritte da Marx nel 1845) che nasce in rottura col «vecchio materialismo». Un marxismo basato sulla comprensione della dialettica soggetto-oggetto, privo di ogni concezione causalista, che contrasta con quel determinismo meccanico che pure lo aveva influenzato in parte per un periodo (si pensi al suo Materialismo ed empiriocriticismo, del 1909). È la scoperta del vero Marx, travisato dai suoi discepoli e deformato dall'opportunismo della Seconda Internazionale: il Marx che afferma che «l'educatore deve essere educato» (terza delle Tesi su Feuerbach), cioè che le circostanze possono essere cambiate dall'azione umana, dalla lotta di classe, dalla praxis rivoluzionaria. Lenin ritrova il Marx che afferma che è l'uomo a fare la storia, anche se in circostanze che non ha determinato. Non vi è in questo Marx nessuna «legge dello sviluppo storico» che prescriva a ogni popolo una evoluzione lineare, nessun fatalismo.
È la rottura col marxismo ossificato di Plechanov che, non per caso, di fronte alla rivoluzione d'ottobre esclamerà: «È la violazione di tutte le leggi della storia».
È in questo passaggio cruciale, condensato nei Quaderni filosofici (22), che Lenin, alzando lo sguardo dai libri di Hegel, si impossessa della dialettica che Marx aveva ripreso da Hegel e a cui aveva conferito un carattere rivoluzionario. Lenin non deve ripartire da zero: è pur sempre colui che, dal 1902, con la sua teoria del partito d'avanguardia (che porta il socialismo «dall'esterno» dell'ordinario scontro tra le classi), implicitamente aveva rifiutato il socialismo inteso come mero prodotto della spinta di «leggi economiche». A Berna, per così dire, inizia a risolvere una contraddizione che rimaneva nel suo pensiero: la contraddizione tra concezione del partito e programma.
Una parte maggioritaria del gruppo dirigente bolscevico non capisce subito la necessità della svolta indicata da Lenin.
Kamenev e Stalin, principali dirigenti che precedono l'arrivo in Russia di Lenin, rimanendo ancorati alla vecchia posizione (che peraltro deformavano ulteriormente a destra), ritengono che i bolscevichi debbano offrire un sostegno esterno al governo provvisorio «nella misura in cui» attua determinate politiche; si tratta, cioè, di fare «pressioni» sul governo. Per loro siamo al primo stadio: alla «rivoluzione democratico-borghese», mentre quella socialista potrà svilupparsi solo come secondo stadio. Dunque i bolscevichi, prima dell'arrivo di Lenin, si schierano di fatto su posizioni analoghe a quelle dei menscevichi: persino sulla questione della guerra, con la Pravda diretta da Stalin e Kamenev che ripudia il disfattismo rivoluzionario che aveva caratterizzato il bolscevismo, e con il soviet della regione di Mosca che approva, con l'appoggio dei bolscevichi, la risoluzione dei socialpatrioti sulla guerra.
Alla Conferenza nazionale del partito, che inizia a Pietrogrado il 27 marzo, Stalin presenta la relazione sul governo. Nella relazione sostiene che il governo provvisorio sta consolidando le conquiste rivoluzionarie e dunque compito del soviet è di «controllarlo» e incalzarlo. Come logica conseguenza, Stalin presenta una mozione per avviare un percorso di unificazione con i menscevichi, che è approvata con 14 voti a favore e 13 contro. Si capisce perché, una volta consolidato il potere della burocrazia, Stalin censurerà i verbali di questa Conferenza (solo dagli anni Sessanta saranno pubblicati).
Le «Tesi di Aprile» sono senza dubbio il testo più importante che sia stato scritto nei convulsi mesi della rivoluzione russa. Sono un testo breve: 10 tesi per un totale di 5 o 6 pagine, pubblicato sulla Pravda il 7 aprile (20 secondo il nostro calendario).

Rileggiamo insieme questo testo.

Tesi 1: rifiuto del «difensismo rivoluzionario» di menscevichi e socialisti rivoluzionari, che sostiene il proseguimento della guerra. Tesi 2: la borghesia ha scippato il potere al proletariato, in quanto quest'ultimo era insufficientemente consapevole e organizzato; bisogna rovesciare la situazione, ridando il potere al proletariato appoggiato dai contadini poveri. Non è un compito di un imprecisato futuro: è «il compito dell'attuale momento». Tesi 3: nessun appoggio (neppure critico) al governo provvisorio e anzi implacabile denuncia della sua natura di governo borghese. Rovesciando la politica seguita fin lì dalla direzione di Kamenev e Stalin, si precisa che non vanno poste condizioni al governo, non va «stimolato criticamente», perché questo significherebbe solo «seminare illusioni» sul fatto (impossibile) che un governo borghese possa conciliare gli interessi delle due classi mortalmente nemiche, borghesia e proletariato. Questa Tesi fondamentale merita un'osservazione: per Lenin non si tratta di obbedire ad astratti criteri, a un qualche dogma: il fatto è che sostenere in qualsiasi modo un governo borghese significa ostacolare la conquista del proletariato alla comprensione della necessità di «spezzare» la macchina statale borghese come passaggio ineludibile per costituire un governo «degli operai per gli operai». Tesi 4: essendo i bolscevichi «un'esigua minoranza» nei soviet rispetto «agli elementi opportunistici», bisogna «spiegare pazientemente alle masse» perché stanno seguendo una politica sbagliata e perché è necessario il passaggio «di tutto il potere statale ai soviet». Tesi 5: l'obiettivo non è una repubblica parlamentare borghese ma una repubblica dei soviet, ciò che implica lo scioglimento dei corpi repressivi, la sostituzione dell'esercito permanente con l'armamento operaio, la eleggibilità e revocabilità a tutte le funzioni. Tesi 6: confisca di tutte le grandi proprietà fondiarie e nazionalizzazione di tutte le terre sotto controllo dei soviet. Tesi 7: fusione di tutte le banche in un'unica banca nazionale posta sotto il controllo dei soviet. Tesi 8: controllo della produzione e della distribuzione da parte dei soviet. Tesi 9: coerentemente con tutto ciò, bisogna che un congresso cambi il programma e anche il nome del partito (in Partito comunista). Tesi 10: creazione da subito di una nuova internazionale rivoluzionaria che rompa con i riformisti e col centro di Kautsky, Cheidze, ecc (23).
Il vecchio programma, riassunto nella «dittatura democratica degli operai e dei contadini», è liquidato da Lenin come «una formula che non serve più a niente» (sarà poi Stalin a riesumarla nel corso della degenerazione burocratica dei decenni successivi, ma questa è un'altra storia) e chi sostiene quella formula «merita di essere relegato nell'archivio delle curiosità bolsceviche pre-rivoluzionarie» (24).
Il 12 aprile la Pravda pubblica un articolo di Kamenev che critica le Tesi e che precisa che quella di Lenin è una posizione personale, non del partito. Kamenev aggiunge che la linea di Lenin è inaccettabile perché propone l'immediata trasformazione della rivoluzione in rivoluzione socialista: qualcosa che a Kamenev (e non solo a lui) ricorda molto la posizione da sempre sostenuta da Trotsky che i bolscevichi avevano combattuto.
Nei giorni seguenti Lenin inizia una dura battaglia di frazione e riesce a guadagnare il sostegno di una parte importante dei quadri operai, i quali peraltro (si pensi agli operai di Vyborg, colonna dorsale del partito) avevano già espresso aspre critiche verso la linea della Pravda. Ma ci vuole tempo: non vince subito. Nella prima votazione, nel Comitato di Pietrogrado, il 12 aprile, le Tesi sono respinte con 13 voti contro, 2 a favore e 1 astensione. Una settimana dopo, in una conferenza della regione di Pietrogrado, Lenin batte Kamenev con 20 voti contro 6 e 9 astensioni. Infine, alla VII Conferenza panrussa del partito (Pietrogrado, 24-29 aprile) le Tesi di Lenin guadagnano la maggioranza. Tuttavia, anche qui, una risoluzione specifica sul tema del «carattere» socialista della rivoluzione prende solo 71 voti su 118:(25) una parte del partito è ancora ferma al vecchio «completare la rivoluzione democratica», di conseguenza questa ala del partito (tra cui spiccano Kamenev, Rykov, Nogin; mentre Stalin si è nel frattempo riallineato alla linea risultata maggioritaria) ritiene che il ruolo dei soviet sia di semplice «controllo» del potere che deve rimanere al governo provvisorio.
Sul tema del cambio di nome del partito, che ha proposto per demarcarsi ancora più nettamente dai menscevichi, Lenin raccoglie il suo solo voto. Non è una vittoria semplice, dunque, ed è certo favorita dal fatto che il governo provvisorio andava incontro a una prima profonda crisi, con manifestazioni di opposizione nelle strade. Ma, soprattutto, come nota Trotsky (26) la vittoria di Lenin sulla destra del partito è favorita dal fatto che, di là dalla formula programmatica sbagliata della «dittatura democratica», il Partito bolscevico si preparava da quindici anni a prendere la testa del proletariato nella lotta per il potere e per questo nella pratica, superando la propria stessa direzione, i militanti già agivano inconsapevolmente in un'altra prospettiva, che Lenin illuminerà con le «Tesi di Aprile».
el frattempo, il 4 (17 con il nuovo calendario) maggio anche Trotsky arriva a Pietrogrado, dopo aver passato i primi mesi dell'anno a New York, in seguito all'espulsione da Spagna e Francia, e dopo un mese agli arresti nel campo militare di Amhrest da cui viene liberato in seguito a una campagna del soviet di Pietrogrado. Già nelle prime settimane dopo lo scoppio della rivoluzione aveva scritto una gran quantità di articoli (in gran parte pubblicati sul periodico in lingua russa Novyj Mir) dove riprendeva la sua teoria della «rivoluzione permanente» e la sviluppava nel quadro concreto: opposizione inconciliabile al governo provvisorio come premessa indispensabile per consegnare tutto il potere ai soviet e dunque sviluppare la rivoluzione socialista.
Quando arriva in Russia, Trotsky inizia la collaborazione con Lenin che porterà alla fusione degli Interdistrettuali (27) con i bolscevichi.
Mentre Lenin ha superato il suo programma «centrista» della «dittatura democratica», Trotsky ha superato le sue critiche «centriste» al partito di tipo bolscevico e ha abbandonato l'unitarismo: è in effetti dal 1914 che sta gradualmente modificando posizione per giungere «alla conclusione che c'era necessità non solo di una battaglia ideologica contro il menscevismo (...) ma anche di una rottura organizzativa senza compromessi con esso» (28).
Così, mentre la «rivoluzione permanente» non è più vista (almeno fino all'avvio della stalinizzazione nel 1924) come un'idea specifica di Trotsky, ma diventa pratica e patrimonio del bolscevismo e della successiva (1919) Internazionale Comunista, Trotsky diviene (definizione di Lenin) «il migliore dei bolscevichi».
Dopo queste sintesi, necessariamente schematiche, proviamo ora a rispondere alle tre questioni enucleate in premessa.

 

Prima questione: la rivoluzione d'ottobre ruppe o sviluppò il marxismo di Marx?

In un articolo spesso citato (29) Gramsci, nel dicembre 1917, definisce la rivoluzione russa una «rivoluzione contro il Capitale», intendendo, con un gioco di parole, una rivoluzione che nei fatti rovesciava la concezione che Gramsci addebita (criticandola) a Marx: una concezione determinista in senso stretto, «positivistica e naturalistica»: la storia come successione inevitabile di tappe, per cui sarebbe stato necessario che «si instaurasse una civiltà di tipo occidentale, prima che il proletariato [russo, ndr] potesse neppure pensare alla sua riscossa (...) alla sua rivoluzione». Il problema è che questo schema indicato da Gramsci («quella maturità economica che secondo Marx è condizione necessaria del collettivismo») è in realtà totalmente estraneo a Marx, tanto nel Capitale come in tutti gli altri suoi scritti.(30) Marx respinge qualsiasi teoria dello sviluppo storico, tanto più nel Capitale: come spiega nella famosa lettera a una rivista russa. Soprattutto Marx - che sarà ripreso e sviluppato da Trotsky nel perfezionare la «legge dello sviluppo diseguale e combinato» - non analizza la «maturità» della rivoluzione in un singolo Paese ma appunto su scala internazionale.
Certo è difficile sostenere che in Marx vi sia già una teoria sviluppata, paragonabile a quella di Trotsky, della rivoluzione permanente. Altrettanto certo è che in Marx è assente il tappismo che gli addebitavano Plechanov e i menscevichi e vi sono spunti importanti, intuizioni che prefigurano la teoria trotskiana.
Già in vari testi degli anni Quaranta, specialmente riferiti alla Germania (che all'epoca era considerata da Marx meno sviluppata di Inghilterra e Francia), Marx segnala che la rivoluzione potrà compiersi solo come rivoluzione socialista. Il testo più noto è sicuramente l'Indirizzo del CC della Lega dei comunisti del 1850 in cui Marx, facendo bilancio del 1848, invita i lavoratori tedeschi a non credere nella borghesia democratica e a organizzare il proprio partito indipendente il cui «grido di guerra deve essere: rivoluzione in permanenza» (31). Ma molti altri sono i testi in cui Marx rifiuta quella concezione evoluzionistica della storia (del tutto assente peraltro anche dal Capitale) che gli verrà poi addebitata da gran parte dei dirigenti della Seconda Internazionale e, in Russia, in particolare dal «padre» del marxismo russo, Plechanov. Ci limitiamo a indicare tutti gli scritti sulla Russia: dalla nota lettera del 1877 a una rivista russa (32) alla lettera (con relativi abbozzi) alla Zasulic (33). Per chi volesse approfondire il tema sono preziosi alcuni recenti studi di Michael Lowy e Marcello Musto (34).
Lenin, che si era formato su Plechanov (a differenza di Trotsky, che studiò il materialismo storico sui testi di Labriola, assorbendone la visione dialettica, estranea a un determinismo e materialismo volgare), pur avendo già fondato la sua teoria del partito d'avanguardia (evidente negazione di ogni teoria «evoluzionistica») su una rottura con alcuni aspetti del determinismo plechanoviano, si libererà completamente (e consapevolmente) di questo determinismo solo con gli studi svizzeri su Hegel, vero fondamento filosofico delle sue «Tesi di Aprile».

 

Seconda questione: il partito di Lenin fu un partito di tipo nuovo, con relazione a Marx?

In molti, pur da posizioni diverse, sostengono che Marx ed Engels avevano una concezione del «partito unico» della classe operaia, cioè di un unico partito per tutte le correnti del movimento operaio, senza distinzione organizzativa tra riformisti e rivoluzionari. E che Lenin (e, secondo alcuni, solo dal 1917) per primo avrebbe teorizzato e praticato il partito delimitato dei rivoluzionari.
I primi a introdurre questa concezione furono gli stalinisti: per questo ridussero l'esperienza della Seconda Internazionale al kautskismo nella sua fase opportunista; per questo inventarono la leggenda di una «carenza» di elaborazione politica di Marx ed Engels, ridotti a economisti e filosofi, negando il loro ruolo storico che è invece indissolubilmente legato alla loro attività di dirigenti di partito. Questa leggenda è stata successivamente diffusa dal riformismo tanto che oggi in molti pretendono di dividere l'elaborazione teorica di Marx ed Engels dalla loro pratica militante.
Tutto il carteggio di Marx ed Engels tra loro e con gli altri dirigenti del movimento comunista internazionale è una miniera - in gran parte ancora inesplorata (e in parte inedita in molte lingue) - che dimostra, viceversa, come disse Engels in morte di Marx, che Marx (ma vale anche per Engels) fu in primo luogo un dirigente rivoluzionario, cioè un costruttore di partiti.
La tesi di un Marx teorico del «partito unico» operaio (cioè ostile alla costruzione di un partito separato dei rivoluzionari) è anche alla base dei «nuovi partiti anticapitalisti», teorizzati dal Segretariato Unificato (una delle maggiori organizzazioni che si richiamano in qualche modo alla Quarta Internazionale), che pretendono di «tornare a Marx e alla Prima Internazionale».
Con un orizzonte simile sostengono questa tesi ad esempio Roberto Robaina del Psol brasiliano (35) Henrique Canary del Mais brasiliano (36) e altri. Robaina e Canary si spingono più in là, sostenendo che almeno fino al 1912 (o persino fino al 1917) anche Lenin faceva parte di un «partito unico» e il bolscevismo costituiva solo una frazione all'interno di un unico partito in cui convivevano, pur scontrandosi, bolscevichi e menscevichi.
Ma la interpretazione storica di un Marx teorico del «partito unico» operaio è stata ripresa anche da chi ritiene necessario costruire il partito delimitato, programmaticamente e organizzativamente, dei rivoluzionari, contrapposto ai partiti riformisti e centristi. Anche nel dibattito interno della Lit è emersa questa interpretazione (sostenuta da Nahuel Moreno) che va invece ridiscussa alla luce dello studio e, secondo noi, respinta.
Quasi tutti usano, tra gli argomenti a difesa di questa lettura della storia, una frase del Manifesto del 1848: «I comunisti non costituiscono un partito particolare (secondo alcune traduzioni: non costituiscono un partito distinto o separato) dagli altri partiti politici» (37).
Volendo in un primo momento ignorare il contesto per limitarci al testo del Manifesto, bisogna intanto far notare che:

1) nelle frasi precedenti e in quelle successive Marx elenca tutte le cose che distinguono i comunisti dagli altri partiti operai (la distinzione con la borghesia e i suoi partiti è fatta nel primo capitolo del Manifesto: «Borghesi e proletari»). Persino nella frase «incriminata» Marx parla di «altri partiti» operai e infatti aggiunge che «I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari»... e poi inizia un elenco di ciò che li distingue: il programma, la capacità di definire le prospettive del movimento, l'internazionalismo. Per questo i comunisti - e solo loro - rappresentano «sempre l'interesse generale del movimento» e il futuro del movimento operaio;

2) se leggiamo la versione originale in tedesco scopriamo che è molto diversa dalla gran parte delle traduzioni. La frase «incriminata», che in quasi tutte le traduzioni (in spagnolo, portoghese, francese, inglese, italiano) è spezzata in più frasi, è una frase unica con varie subordinate.
Una traduzione letterale già sarebbe sufficiente a eliminare in parte l'equivoco perché Marx non dice che i comunisti «non si separano» ma al contrario che «si differenziano dai rimanenti partiti proletari unicamente per...» (Unterscheiden sich), a cui segue l'elenco di ciò che li distingue.
In altre parole, la gran parte delle traduzioni introduce una contraddizione logica che non c'è nel testo originale: non avrebbe senso infatti che Marx affermasse che i comunisti non costituiscono un partito separato per poi parlare di «altri partiti operai»;

3) ma non è un problema solo di traduzione: la frase in effetti può apparire ambigua, per quanto leggendo tutto il testo si capisce che Marx sta semplicemente polemizzando con le sette socialiste che pretendevano di calare un loro progetto particolare sulla realtà, invece di partire dall'analisi della società capitalistica;

4) in ogni caso la parziale ambiguità del testo è già stata spiegata dal più grande studioso bolscevico di Marx: David Riazanov. È stato Riazanov a precisare: «Le parole “i comunisti non formano un partito separato rispetto agli altri partiti operai” potrebbero dare oggi origine a equivoci. Si potrebbe pensare, basandosi su di esse, e, in effetti, così le hanno interpretate erroneamente alcuni, che Marx ed Engels fossero fondamentalmente contrari alla creazione di un partito comunista contrapposto agli altri partiti della classe operaia. Tuttavia, queste parole possono essere interpretate correttamente alla luce delle circostanze storiche in cui visse la Lega Comunista» (38).
Riazanov spiega che la frase apparentemente ambigua serviva per lasciare spazio alla frazione dei Fraternal Democrats che stava facendo una specie di «entrismo», diretto dalla Lega dei comunisti, nel movimento cartista inglese, essendosi per questo costituita come «partito nel partito»;

5) infine è bene ricordare che il titolo completo del Manifesto è Manifesto del Partito comunista e che fu scritto per un partito che era distinto, separato, dagli altri partiti operai e che non cercava di diventare il «partito unico» della classe operaia. Quel partito per cui fu scritto il Manifesto si chiamava Lega dei comunisti e fu il prodotto di una battaglia di demarcazione programmatica e organizzativa di Marx ed Engels. Nacque da una scissione dei soli comunisti dal partito operaio.
Ma la cosa più importante da osservare è che se si vuole addebitare la teoria del «partito unico operaio» a Marx ed Engels bisogna ignorare tutta la loro battaglia di demarcazione programmatica e di scissione organizzativa dalle altre forze (riformiste e centriste) del movimento operaio. Tutta la storia politica di Marx ed Engels è la storia di scissioni e fusioni e risulterebbe incomprensibile se davvero avessero ragionato nei termini del «partito unico» operaio.
Riassumiamo il percorso politico di Marx ed Engels: a) non entrano nella Lega dei giusti e rimangono fuori con un piccolo nucleo (il Comitato di corrispondenza); b) entrano nella Lega solo quando è possibile scindersi dai riformisti, distruggere politicamente la vecchia Lega di Weitling per costruire sulle sue ceneri un partito comunista delimitato da un programma marxista (il Manifesto) e con un nome che lo demarca dagli altri partiti operai: Lega dei comunisti; c) nel 1850 incoraggiano la rottura organizzativa nel cartismo inglese tra l'ala rivoluzionaria e quella di O'Connor(39); d) nel 1852 si scindono dall'ala centrista ultrasinistra di Willich e Schapper; e) partecipano alla costruzione della Prima Internazionale (1864) senza accettare nessun compromesso sul programma (è Marx a scrivere l'Indirizzo inaugurale, un testo pienamente marxista); f) non concepiscono l'Ail come un «fronte» tra rivoluzionari e riformisti ma al contrario fanno battaglia per rompere (in un continuo processo di scissioni da loro alimentato, che non avrebbe senso se pensavano a un «partito unico» della classe operaia) con tutte le correnti riformiste e centriste che mantenevano una adesione solo formale al programma marxista fondativo; g) quando la situazione lo permette (grazie alla lezione della Comune, che per questo e solo per questo è uno degli avvenimenti più importanti della storia operaia) sciolgono l'Ail e pongono fine a quella che fu una specie di battaglia «entrista» sui generis, ed escono dall'Ail con lo stesso programma con cui erano entrati: il programma marxista della dittatura del proletariato e della necessità di un partito centralizzato e delimitato da tutte le altre correnti; h) chiusa l'esperienza dell'Ail, si impegnano fino alla morte (1883 Marx; 1895 Engels) a costruire un'internazionale e partiti marxisti, come sintetizza Engels in una nota lettera a Sorge(40); i) coerentemente con questa impostazione, cioè volendo costruire il partito separato dei comunisti, Marx ed Engels non entrano nel partito operaio di Lassalle (Adav) e costruiscono un altro partito operaio ad Eisenach; l) nel 1875 non si limitano a criticare il programma di unificazione ma fanno battaglia, per quanto fossero isolati, contro l'unificazione in un unico partito operaio in Germania; m) in Francia sostengono la scissione del partito operaio e la costruzione di un partito dei soli comunisti; n) in ogni altra battaglia si battono costantemente contro la costruzione di un partito unico operaio basato su programmi di mediazione tra riformisti e rivoluzionari. Ovunque applicano «lo spirito di scissione».
Per affermare il contrario di quanto abbiamo provato, è necessario fare una falsa ricostruzione della battaglia di Marx ed Engels dal 1848 in poi. È in effetti quanto fa ad esempio Canary (nel testo citato) quando sostiene che «Marx ed Engels, anche dopo aver elaborato le basi generali della loro concezione, a metà degli anni 1840, entrarono nella Lega dei giusti, una setta socialistico-utopista il cui motto era “Tutti gli uomini sono uguali” (...) basata nelle idee dell'amore per il prossimo». E poi, sempre secondo Canary, nella Prima Internazionale «marxisti e anarchici convissero durante molti anni in una lotta che esprimeva due visioni del mondo» (nostra traduzione dal portoghese).
Questa ricostruzione storica può essere utile per sostenere le teorie politiche di Canary (lo citiamo non per l'importanza del gruppo di cui fa parte, ma perché ben riassume una teoria che tanti altri pseudo-trotskisti sostengono) e di quanti pretendono che prima di poter costruire un partito indipendente dei comunisti è necessario «uscire dalla marginalità» partecipando alla costruzione di «partiti unici» operai. Secondo questa tesi non sempre i rivoluzionari possono delimitarsi dai partiti riformisti. Scrive sempre Canary (che precisa di non riferirsi qui all'«entrismo» praticato da Trotsky): «In verità, la storia del movimento rivoluzionario è piena di situazioni in cui i rivoluzionari furono obbligati, dalle circostanze oggettive, a integrarsi in organizzazioni che non avevano un programma rivoluzionario».
La teoria è sbagliata ma cercare di sostenerla appoggiandosi nell'esperienza di Marx ed Engels implica affermare una «verità» immaginaria. Se avessero condiviso la teoria di Canary, Marx ed Engels avrebbero potuto «uscire dalla marginalità» accettando la proposta di Lassalle di dirigere l'Adav, non avrebbero rotto la Lega dei giusti, avrebbero accettato un programma comune nell'Ail con le altre correnti, avrebbero sostenuto l'unificazione di Gotha, non avrebbero combattuto in ogni modo per costruire rotture programmatiche e organizzative dalle altre correnti, eccetera.
Ma Marx ed Engels avevano una teoria opposta a quella di Canary (e del Psol, del Su, ecc.), per questo non fecero niente di tutto questo.
Lenin era pienamente consapevole di questo e non solo non ha mai attribuito a Marx la concezione del «partito unico» della classe operaia ma ha messo in guardia contro una simile interpretazione. In una importante introduzione a una raccolta di lettere di Marx ed Engels ha infatti riassunto, una dopo l'altra, tutte le battaglie di demarcazione programmatica e organizzativa di Marx ed Engels per costruire il partito dei soli rivoluzionari. Commenta ad esempio Lenin a proposito dell'atteggiamento di Engels sulla scissione in Francia (di cui abbiamo parlato sopra): «Engels esulta (lettera del 17 luglio 1889). Egli si rallegra che i piani di conciliazione e le proposte di Liebknecht e di altri siano falliti (lettera del 20 luglio 1889)». Poi Lenin ironizza contro «gli ammiratori d'un largo partito operaio» che avevano la pretesa di addebitare questa concezione a Marx ed Engels (41).
Ancora più assurdo è cercare di fondare la teoria del «partito unico» (seppure per un presunto «obbligo» dettato dalle «condizioni obiettive») individuando questa pratica in Lenin. Chi lo fa cerca di sostenere che bolscevichi e menscevichi costituirono fino al 1912 (o perfino fino al 1917, secondo alcuni) un unico partito.
È vero che il percorso storico della socialdemocrazia russa è apparentemente fatto di vari momenti di rottura e di unificazione e che formalmente il Partito comunista russo (bolscevico) si costituì solo dopo la rivoluzione d'ottobre con questo nome. Ed è vero anche che dopo la prima rottura del 1903 tra bolscevichi e menscevichi ci furono diversi periodi di unificazione parziale; così come è vero che anche dopo la nuova rottura del 1912 ci furono momenti (a livello locale specialmente) di unità che durarono fino al 1917, prima del ritorno di Lenin. Ma non si devono confondere le apparenze e la forma con la sostanza. La realtà storica è diversa e Lenin fu il primo a negare una interpretazione abusiva. Nell'Estremismo (1920) scrive: «il bolscevismo, come corrente del pensiero politico e come partito politico, esiste dal 1903» (42).
E per chi non avesse capito, il dirigente trotskista James Cannon aggiunge: «La frazione di Lenin era in realtà un partito» (43).
Dividere il movimento operaio secondo linee programmatiche, frazionarlo, sconfiggere politicamente il riformismo e il centrismo (che portano nel movimento operaio l'ideologia borghese), per poter poi unire i lavoratori contro la borghesia sulla base del programma rivoluzionario, costruendo un partito rivoluzionario di avanguardia, operaio, capace di egemonizzare vaste masse proletarie e condurle alla conquista del potere attraverso la rottura rivoluzionaria della macchina statale borghese e la sua sostituzione con la dittatura del proletariato, cioè con il governo degli operai. Nessuna illusione su una «unità della sinistra», nessuna idea di unire riformisti e rivoluzionari su programmi «intermedi», che nei fatti sono inevitabilmente programmi riformisti; nessuna idea di fronti permanenti coi riformisti: i fronti solo come tattica episodica (e riservata al momento dell'azione e solo verso le organizzazioni maggioritarie della classe) per unire la classe nelle lotte e smascherare i dirigenti opportunisti.
Questo è stato per quarant'anni il metodo generale di Marx ed Engels: la scuola i cui insegnamenti furono tramandati (più nei testi che nella pratica) dalla Spd e dal Kautsky marxista e poi sviluppati dal bolscevismo.
Per questo nei testi di Lenin dei primi anni del bolscevismo si trova continuamente il concetto di «fare come il partito di Bebel e Kautsky» o «dobbiamo parlare tedesco». Ancora nel 1914 Lenin scrive: «Per la socialdemocrazia della Russia, perfino un po' più che per quella di tutto il mondo, la socialdemocrazia tedesca è stata nel corso degli ultimi decenni un modello» (44). E ancora, nel luglio 1905, in polemica con Struve, Lenin scrive: «Dove e quando ho preteso di creare nella socialdemocrazia internazionale una tendenza particolare, non identica a quella di Bebel e Kautsky?» (45).
Il bolscevismo nasce come continuazione e superamento nel percorso che abbiamo sopra sintetizzato. Ma non è tutto: Lenin si ispira alla Spd ma a una Spd idealizzata e che, mentre Lenin sviluppava il Partito bolscevico, si spostava progressivamente sempre più a destra. Ecco così che pensando di costruire una Spd in Russia Lenin nei fatti faceva qualcosa di diverso e di «nuovo». Ma non di nuovo in relazione ai principi di fondo già espressi da Marx ed Engels: di nuovo in relazione alla revisione che stava operando la Spd.
Ispirandosi alla Spd Lenin non vedeva il progressivo allontanamento dal marxismo del partito tedesco. Già nel 1905, ad esempio, la Spd ha 300 mila aderenti ma non con reali criteri militanti: la gran parte delle strutture avevano la forma di comitati elettorali. Ma questo non come prodotto di una revisione teorica: come modalità per aggirare le leggi repressive dell'Impero. Però questa modalità produceva a sua volta, alimentava, la deriva opportunista.
Lenin si accorge dopo di Rosa Luxemburg che nella «ortodossia» kautskiana ci sono crepe che si vanno ingrandendo: tanto sul tema dello Stato così come su quello del partito.
Cannon ha secondo noi pienamente spiegato la apparente contraddizione tra Lenin che imita la Spd e concretamente costruisce un modello di partito da cui la Spd si stava allontanando: «Lenin (...) posteriormente si vide forzato a riconoscere che il suo concetto di partito d'avanguardia, che originalmente non era niente di più che la versione russa del partito tedesco, in realtà era qualcosa di nuovo: lo sviluppo e l'applicazione della teoria marxista del partito nell'epoca attuale della lotta per il potere» (46).
Dunque il bolscevismo era al contempo continuità e rottura: continuità con il progetto di Marx ed Engels e «qualcosa di nuovo» rispetto all'applicazione concreta e rovesciata con cui il kautskismo nel suo allontanamento dal marxismo andava applicando in forma sempre più opportunista il marxismo.
Per questo Trotsky, nell'articolo che pubblica alla morte di Kautsky, scrive, senza contraddizione: «Ricordiamo Kautsky come il nostro antico maestro, del quale un tempo fummo profondamente debitori. Però si allontanò dalla rivoluzione proletaria e, per questo, dovemmo allontanarci da lui» (47).

 

Terza questione: perché le prossime rivoluzioni non possono fare a meno di Lenin e Trotsky

È interessante chiedersi: che posizione avrebbe assunto, se fosse stata presente ai fatti, tutta quella sinistra, italiana e mondiale, che sta ricordando il centesimo anniversario dell'Ottobre (Rifondazione persino dedicando al 1917 la propria tessera del 2017)? La risposta a noi sembra certa: una parte maggioritaria avrebbe sostenuto il governo provvisorio, partecipandovi con propri ministri; un'altra parte (che noi definiamo «centrista», cioè semi-riformista) avrebbe dato un sostegno «critico» al governo, promettendo alle masse la possibilità di condizionarlo con l'azione di piazza. Mentre solo una piccola parte della sinistra mondiale (di certo la Lit-Quarta Internazionale, e chi altri?) si sarebbe attenuta alle indicazioni di quel telegramma di Lenin: nessun appoggio al governo, nessun riavvicinamento alla sinistra che sostiene il governo.
Ci sbagliamo? No, e la riprova viene dalla semplice osservazione di quello che ha fatto negli ultimi decenni tutta la sinistra, con l'eccezione nostra. È sufficiente vedere la politica di Rifondazione Comunista in questo quarto di secolo: col sostegno ai due governi Prodi e la partecipazione diretta al governo dell'imperialismo con un proprio ministro (Paolo Ferrero). O ancora, si può guardare a come tutta la sinistra riformista e semi-riformista si è ritrovata unita in questi ultimi anni nell'indicare nel governo borghese greco «di sinistra» di Tsipras un modello da imitare. Lo stesso hanno fatto con i governi del Pt in Brasile: indicati come l'esempio della possibilità di governare il capitalismo diversamente, conciliando gli interessi delle classi.
Non sono queste le prove certe che tutta questa sinistra, se si fosse trovata nella rivoluzione del 1917, sarebbe stata dal lato opposto di Lenin? E non è appunto questo a spiegare perché coloro che invece vogliono fare e vincere nuove rivoluzioni non possono che ripartire dagli insegnamenti dell'Ottobre, da Lenin e Trotsky?
Nel constatare la somiglianza tra il riformismo e il centrismo odierno e quelli che nel 1917 si contrapposero ai bolscevichi, bisogna aggiungere che quando parliamo dei governi Prodi, di Lula-Dilma, di Tsipras non stiamo parlando di governi nati da una rivoluzione e sostenuti dai soviet, come quelli a cui i bolscevichi fecero comunque opposizione nel 1917! In questo senso bisogna concludere che il riformismo e il semi-riformismo odierno si collocano su un gradino ancora più basso di quel riformismo menscevico che secondo la celebre definizione di Trotsky si era guadagnato il diritto a finire nell'immondezzaio della storia.

 

 

Note

 

(1) V.I. Lenin, «Tesi di Aprile», in Opere complete, Editori Riuniti, 1969 (d'ora in poi in queste note citiamo sempre da questa edizione, indicando il volume), vol. 24, p. 10 e sgg.

(2) Gli interdistrettuali o Mezhraionka, un'organizzazione di circa 4000-5000 militanti, costituiva più un coordinamento (di ex menscevichi ed ex bolscevichi) che un partito. Ne facevano parte anche Ioffe, Lunacharsky, Antonov-Ovseenko, Urickij. Per un approfondimento si veda: I.D. Thatcher, «The St. Petersburg/Petrograd Mezhraionka, 1913-1917: The Rise and Fall of a Movement for Social-Democratic Unity», in Slavonic & East European Review, n. 87, 2009.

(3) Ci riferiamo ai nostri saggi: «Che cosa è la teoria della rivoluzione permanente», in Trotskismo oggi, n. 1, settembre 2011 e «L'attualità di un partito di tipo bolscevico. Che cosa è stato il Partito bolscevico nel 1903-1924. Perché è il nostro modello per vincere domani», in Trotskismo oggi, n. 2, giugno 2012.

(4) L. Trotsky, Tre concezioni della rivoluzione russa, 1939, reperibile in italiano nell'antologia Classi sociali e rivoluzione, Ottaviano, 1976.

(5) Ignoriamo qui, per necessità di spazio, una quarta teoria, confusa per quanto in parte ispiratrice della teoria di Trotsky, e cioè la teoria di Parvus, che prevedeva una rivoluzione anti-zarista che sfociasse in un governo diretto dalla socialdemocrazia che tuttavia non avrebbe potuto infrangere i limiti di una repubblica borghese.

(6) Il primo sviluppo sistematico della tesi di Trotsky è nel libro del 1906: Bilanci e prospettive, in Classi sociali e rivoluzione, op. cit.

(7) K. Kautsky, da noi consultato nell'edizione in lingua inglese: «The Driving Forces of the Russian Revolution and Its Prospects», disponibile, insieme ad altri importanti testi di tutti i principali dirigenti della socialdemocrazia internazionale, nell'antologia curata da R.B. Day e D. Gaido, Witnesses to Permanent Revolution: The Documentary Record, Brill, 2009. Kautsky, pur ritenendo che la futura rivoluzione russa sarebbe stata di natura borghese, non riteneva (a differenza di Plechanov) che la forza motrice sarebbe stata borghese. Solo nel 1917 l'ormai «rinnegato» Kautsky farà sua la posizione menscevica.

(8) V.I. Lenin, Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, in Opere complete, vol. 9, p. 9 e sgg. Il tema della futura rivoluzione russa come rivoluzione borghese attraversa tutto il testo.

(9) Per una sintesi sul Congresso del 1903 e le relative polemiche sul partito rimandiamo al nostro «L'attualità di un partito di tipo bolscevico», op. cit. Per approfondire si possono leggere: L. Haimsom, The russian marxists and the origins of bolchevism, Beacon Press, 1955 e l'ampia raccolta di documenti curata da N. Harding, Marxism in Russia. Key documents 1879-1906, Cambridge University Press, 1983. Da segnalare anche: R. Mullin, Lenin and the Iskra faction of the Rsdlp, 1899-1903, University of Sussex, 2010. Mullin ha anche curato la raccolta di documenti contenuta in The russian Social-Democratic Labour Party, 1899-1904: Documents of the «Economist» Opposition to Iskra and Early Menshevism, Brill Academic Publishers, 2016. Tra gli studi più approfonditi che conosciamo c'è infine V. Zilli, La rivoluzione russa del 1905. La formazione dei partiti politici 1881-1904, Istituto per gli studi storici, 1963.

(10) K. Kausky, «I distretti elettorali e il partito» (1904), pubblicato su Die Neue Zeit. Nostra traduzione dalla versione in spagnolo pubblicata da M. MacNair sul sito Sin Permiso a questo link www.sinpermiso.info/textos/listas-electorales-y-disciplina-de-partido-los-origenes-del-centralismo-democratico

(11) I principali articoli della polemica sul partito, pubblicati sull'Iskra (di Lenin) e poi sulla «nuova» Iskra (dei menscevichi) sono stati pubblicati in italiano nel libro di G. Migliardi, Lenin e i menscevichi. L'Iskra (1900-1905), editore La Pietra, 1979. Per quanto riguarda invece il rapporto tra il dibattito nella socialdemocrazia russa e tedesca all'inizio del secolo è importante il libro di C. Weill, Marxistes russes et social-démocratie allemande. 1898-1904, Maspero, 1976. Una ben documentata storia della Spd (copre il periodo dal 1905 al 1917) è: C. Schorske, German Socialdemocracy, Harvard University Press, 1954. Per il periodo che va dal 1878 al 1890 è utile il libro di V. Lidtke, The Outlawed Party: Social-democracy in Germany, Princeton University Press, 1966.

(12) R. Luxemburg, «Problemi organizzativi della socialdemocrazia russa», reperibile in italiano nell'antologia a cura di G. Bedeschi, Rivoluzione e polemica sul partito, Newton Compton, 1976, p. 361 e sgg.

(13) I. Deutscher, Il profeta armato, Longanesi, 1983.

(14) I due testi di Trotsky a cui si fa riferimento sono: I nostri compiti politici (1904) e Rapporto della delegazione siberiana (1904). In italiano si trovano nelle Opere Scelte, Prospettiva edizioni, 1994, vol. 1.

(15) L. Trotsky, La mia vita, Mondadori, 1979, p. 175. Trotsky critica le sue posizioni giovanili anche in numerosi altri scritti. Si veda ad esempio il suo Stalin (1940, libro incompiuto, Garzanti, 1962; ora ripubblicato da Scr in una edizione critica curata da A. Woods).

(16) L. Trotsky, Le lezioni dell'Ottobre, Prospettiva edizioni, 1998, p. 220.

(17) L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, Mondadori, 1979, op. cit., p. 347.

(18) N. Soukhanov, «Le discours de Lénine du 3 avril 1917», in Cahiers du Mouvment Ouvrier, n. 27, 2005, direzione di J.J. Marie. Nostra traduzione dal francese. Vari passaggi della testimonianza di Soukhanov sono ripresi anche da Trotsky in Stalin (1940) e soprattutto nella già citata Storia della rivoluzione russa.

(19) Citato da Trotsky in Storia della rivoluzione russa, op. cit., p. 320. Il telegramma, scritto in francese, fu spedito a Stoccolma ai bolscevichi in partenza per la Russia e venne letto a Pietrogrado il 26 marzo in una riunione dei membri del CC bolscevico presenti in Russia.

(20) Per un'analisi delle Lettere da lontano e del riferimento alla Comune di Parigi ci permettiamo di rinviare al nostro recente articolo pubblicato (in varie lingue) sul sito della Lit-Quarta Internazionale col titolo (nell'edizione in spagnolo): «1871-1917: ¿Por qué los bolcheviques estudiaron la Comuna de París para hacer el Octubre?» a questo link https://litci.org/es/menu/teoria/1871-1917-por-que-los-bolcheviques-estudiaron-la-comuna-de-paris-para-hacer-el-octubre/

(21) Pensiamo a vari studi di M. Lowy, tra cui «De la Grande logique de Hegel à la gare finlandaise de Petrograd» in Dialectique et révolution, Anthropos, 1973 o al più recente e interessante (per quanto non condividiamo alcune conclusioni) K. Anderson, Lenin, Hegel and Western Marxism, University of Illinois Press, 1995.

(22) V.I. Lenin, Quaderni filosofici, in Opere complete, vol. 38.

(23) V.I. Lenin, «Tesi di Aprile», op. cit.

(24) Le espressioni che abbiamo posto tra virgolette in questa frase sono utilizzate da Lenin nelle Lettere sulla tattica, in Opere complete, vol. 24, p. 33 e sgg.

(25) Per un'analisi dettagliata delle diverse votazioni svoltesi nella Conferenza di Aprile si veda: M. Liebman, La révolution russe, Marabout Université, 1967; o anche J.J. Marie, Lénine, Balland, 2004.

(26) Su tutta la questione relativa alle «Tesi di Aprile» e alla battaglia nel partito rinviamo nuovamente alla migliore storia del 1917 esistente, quella di Lev Trotsky: Storia della rivoluzione russa e in particolare, per i temi che qui trattiamo, a due capitoli del primo volume: «I bolscevichi e Lenin» e «Il riarmo del partito».

(27) Vedi nota 3.

(28) Su questo si veda: L. Trotsky, «Il riarmo del partito», op. cit.

(29) Si tratta dell'articolo di A. Gramsci «La rivoluzione contro il Capitale», pubblicato in l'Avanti, 24 dicembre 1917. Si può leggere nell'antologia La città futura. 1917-1918, Einaudi, 1982, p. 513 e sgg.

(30) Sul tema dell'esistenza o meno di un determinismo in senso stretto in Marx e più in generale sul tema della cosiddetta «inevitabilità» del socialismo, rimandiamo al dossier «Sulla questione della “inevitabilità” del socialismo. Due tesi a confronto» con articoli di M. Hernandez, F. Ricci, R. Ayala, in Trotskismo oggi n. 7, maggio 2015.

(31) K. Marx, «Indirizzo del CC della Lega dei comunisti», 1850, in Opere complete, Editori Riuniti, 1977, vol. 10, p. 277.

(32) K. Marx, lettera alla redazione di Otiecestvennye Zapiski (novembre 1877), in Marx-Engels, Lettere sul Capitale, Laterza, 1971, p. 155 e sgg.

(33) K. Marx, lettera del 1881 a V. Zasulic, in Marx-Engels, Lettere sul Capitale, op. cit.

(34) Ci riferiamo a: M. Lowy, The politics of Combined and Uneven Development, Haymarket, 2010, da noi consultato nella edizione in portoghese per i tipi della Editora Sundermann, 2014; e al libro di M. Musto, L'ultimo Marx. 1881-1883, Donzelli editore, 2016.

(35) R. Robaina, «Um programa democratico e anti-imperialista para a revolucao socialista brasileira».

(36) H. Canary, «Partitos revolucionarios e partidos reformistas», in Cadernos de Debates n. 5 do Mais, novembre 2016.

(37) Questa polemica si è sviluppata nel seminario internazionale «Organizzazione e struttura di partito» i cui atti sono pubblicati nella rivista teorica internazionale della Lit (pubblicata in spagnolo, portoghese, francese, inglese), Marxismo Vivo, n. 4, 2014. Il riferimento di Moreno è in Problemas de Organizacion (1984), disponibile su internet in spagnolo a questo link: www.nahuelmoreno.org/pdf/problemas_organizacion.PDF

Qui Moreno scrive: «Con l'obiettivo di realizzare il compito fondamentale di rendere indipendente il proletariato dalla borghesia, Marx, insieme ad Engels, sostenne la concezione organizzativa del partito unico della classe operaia (...). La concezione organizzativa di Marx ed Engels sul partito unico della classe operaia risultava superata dall'esperienza della rivoluzione russa e del Partito bolscevico» (nostra traduzione dallo spagnolo).

(38) D. Riazanov, Notas aclaratorias, in Biografia del Manifiesto Comunista, Editorial Mexico, 1949, nostra traduzione dallo spagnolo.

(39) Nell'«Indirizzo del CC della Lega dei comunisti» del giugno 1850 Marx ed Engels scrivono: «I leader dell'ala rivoluzionaria dei Chartisti sono anche in stretto contatto con i delegati del Comitato Centrale. (...) La rottura tra questo partito rivoluzionario e indipendente dei lavoratori e la fazione guidata da O'Connor, che tende più verso una politica di riconciliazione, è stata notevolmente accelerata dai delegati della Lega».

(40) F. Engels, lettera a Sorge, 12 settembre 1874, in Lettere 1874-1879, edizioni Lotta Comunista, 2006, p. 34.

(41) V.I. Lenin, «Prefazione all'edizione russa del Carteggio di Becker, Dietzegen, Engels, Marx e altri con Sorge e altri», in Opere complete, vol. 12, p. 327 e sgg.

(42) V.I. Lenin, L'estremismo, malattia infantile del comunismo (1920), in Opere complete, vol. 31, p. 9 e sgg.

(43) J. Cannon, «Factional struggle and Party leadership» (1953), reperibile in internet a questo link

https://www.marxists.org/archive/cannon/works/1953/facstrug.htm (nostra traduzione dall'inglese).

(44) V.I. Lenin, «Sciovinismo morto e socialismo vivo. Come ricostruire l'Internazionale», in Opere complete, vol. 21, p. 83 e sgg.

(45) V.I. Lenin, Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, op. cit.

(46) James Cannon, lettera a Vincent Dunne, 14 gennaio 1955. Nostra traduzione dall'originale inglese reperibile a questo link https://www.marxists.org/archive/cannon/works/1955/canonengonam.htm

(47) L. Trotsky, «Karl Kautsky», 8 novembre 1938, in Escritos, vol. VI, p. 65 e sgg., nostra traduzione dalla versione in spagnolo.

 

 

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