Il doppio gioco dei burocrati sindacali e la nostra lotta

di Diego Bossi
Puntualmente, con una certa frequenza, appaiono sui media studi che certificano l’attuale stato del sistema previdenziale italiano, descrivendone la situazione allarmante e denunciandone la prossimità al collasso. Questa volta prendiamo un articolo de Il Sole 24 ore, ma solo perché il più recente nel momento in cui scriviamo: avremmo potuto riferirci ad articoli precedenti o futuri, poco cambia, poiché la solfa è sempre la stessa da anni.
L’articolo tratta di uno studio dell’ufficio previdenziale della Cgil, che in un impeto antisistemico, per voce della temeraria segretaria confederale, tale Lara Ghiglione, ci informa che il sistema pensionistico così non va bene, cosa che peraltro milioni di pensionati già sospettavano prima degli illuminanti studi di Corso Italia. Ghiglione ci spiega che la pensione «anticipata» diverrà un miraggio — non più «d’anzianità», ma «anticipata», perché se dopo più di 4 decenni a versare sangue e sudore per il capitale vuoi andare in pensione, devi pure sentirti in colpa — e conclude che l’utilizzo del Tfr per raggiungere la soglia necessaria ad accedere alla flessibilità in uscita non è la soluzione. Siamo di fronte a uno dei più fulgidi ed emblematici esempi della storica dicotomia tra il dire e il fare che sorregge la politica borghese. E vediamo il perché.
I burocrati opportunisti non stanno col proletariato
O il sindacato è strumento organizzativo dei lavoratori in lotta, da essi governato sulla base della democrazia operaia, oppure si burocratizza e, in virtù di una delega in bianco, diviene uno strumento al servizio di una casta di opportunisti che ha interessi differenti da quelli della classe che dovrebbe rappresentare.
La direzione burocratica ha come suo principale interesse l’esistenza, lo sviluppo, financo la sopravvivenza dell’apparato che la mantiene materialmente e la sottrae ai rischi della lotta di classe diretta, pertanto essa dovrà ingraziarsi i lavoratori quel tanto che basta a legittimarsi davanti allo Stato borghese, da cui trae la linfa corruttiva iniettata dai padroni per mantenere i sindacati nel perimetro di compatibilità col capitalismo. Allo stesso modo non potrà mai giungere alla rottura con la borghesia e i suoi governi, poiché da essi dipende.
La risultante è che i lavoratori che avrebbero tutto l’interesse a organizzarsi e lottare per un programma indipendente dai padroni, sono diretti da burocrazie totalmente dipendenti da essi. E questo è un problema, se non addirittura «il» problema se parliamo di sindacati.
Questo «equilibrio» — se così vogliamo chiamarlo — si traduce in una pratica cerchiobottista: nei proclami generali giocano a spararla alta contro il sistema (vedi Ghiglione sopra), mentre nelle fabbriche, in concreto, portano avanti la concertazione contrattuale con sistemi di welfare e previdenziali privati.
Il welfare contrattuale e i fondi di categoria
Si dà il fatto che, con buona pace della dirigente di Corso Italia, Cgil, in compagnia di Cisl e Uil, nonché della loro presunta controparte, Confindustria, promuove e contrattualizza strumenti come i fondi pensione, alimentando questi ultimi proprio col Tfr dei lavoratori, accumulato in anni di sacrifici. Idem con patate per quanto riguarda il welfare contrattuale, altra trovata uscita dal cilindro della concertazione: buoni spesa defiscalizzati e decontribuiti, quindi a detrimento del welfare pubblico universale e delle pensioni.
Quindi, delle due l’una: o gridano al cielo che il sistema previdenziale è al collasso, di conseguenza organizzano scioperi e lotte per gli aumenti salariali e contributivi (altro che Ipca e decontribuzione!), oppure evitano roboanti sortite sui mezzi stampa della borghesia e continuano imperterriti a promuovere e contrattualizzare proprio quegli strumenti che tolgono risorse alla previdenza pubblica.
Una cosa che dev’essere molto chiara alle lavoratrici e ai lavoratori è che il welfare contrattuale e la previdenza integrativa privata, con relativo scippo parziale o totale del loro Tfr, non sposta nelle loro tasche un solo centesimo della ricchezza che producono; anzi, offrono agevolazioni fiscali ai padroni che risparmieranno sui nostri contributi, sono fonte di benefici per le burocrazie sindacali e Confindustria che gestiranno con la bilateralità questi istituti, costituiscono una falsa (e controproducente) alternativa alla lotta di classe: salari miseri? Buoni spesa! Pensioni da fame? Previdenza integrativa! Sanità pubblica allo sfascio? Fondi sanitari privati! La caramella (avvelenata) per pochi oggi, si trasformerà nella miseria economica e sociale di tutti domani, mntre i padroni banchettano lasciando i resti alle burocrazie sindacali. Ai lavoratori, come sempre, non viene fuori manco la scarpetta.
Il punto centrale: lo Stato da che parte sta?
Fino a qui abbiamo scritto quello che avrebbe potuto scrivere un riformista onesto e in buona fede — non certo i dirigenti, che mentono sapendo di mentire! — ma il passaggio centrale sta proprio nella comprensione della connotazione di classe dello Stato: strumento organizzativo e coercitivo della classe dominante, non apparato neutrale al di sopra (e al di fuori) delle classi in conflitto. Questa differenza non è da poco, poiché si traduce concretamente nel programma e nella prassi di lotta. Il riformismo, nelle sue declinazioni partitiche e sindacali, non avendo una prospettiva di classe indipendente dalla borghesia e non mettendo in discussione il sistema socio economico capitalista, è costretto a parassitare lo Stato, delegando a quest’ultimo la risoluzione delle istanze del proletariato, la perequazione economica e la giustizia sociale. Nonostante due secoli di storia dimostrino esattamente il contrario: lo Stato — che non a caso chiamiamo «borghese» — è proprio la scimitarra del Capitale per imporre disuguaglianze e ingiustizie.
Per questo motivo la battaglia sindacale contro il welfare contrattuale e i fondi pensione non è e non potrà mai essere sufficiente. Le direzioni opportuniste dei sindacati (Cgil in testa!) e il padronato non hanno alcun interesse a confliggere e hanno tutto l’interesse a convergere in «soluzioni» vantaggiose per entrambi utilizzando risorse dello Stato (soldi dei lavoratori!) che presenterà il conto al proletariato.
Per converso il marxismo rivoluzionario si oppone strenuamente a questa visione e si batte per organizzare la classe lavoratrice sulla base di un programma indipendente dalla borghesia e dai suoi governi, mirando alla presa del potere da parte dei lavoratori per un sistema socialista, dove la ricchezza prodotta dai lavoratori sia restituita alle loro comunità. Unica via d’uscita per liberarsi del capitalismo.
Di qui muove tutta l’insufficienza delle battaglie riformiste contro l’evasione fiscale, per la patrimoniale e la progressività del sistema tributario, cercando di trovare l’eguaglianza all’interno di un sistema che si basa sullo sfruttamento e l’oppressione. Il punto centrale non è quanti soldi devono entrare nelle casse dello Stato e con quali criteri (battaglia che, seppur scaturisca da un sentimento progressivo, è insufficiente e dagli esiti effimeri), ma dove quest’ultimo dirotterà queste risorse, verso quale classe: per garantire sanità, istruzione e trasporti di qualità e gratuiti per tutti o per riarmare i governi imperialisti per le loro guerre predatorie? Nelle mani sporche di banchieri e industriali o per garantire un potere d’acquisto dignitoso a tutti i lavoratori? Le risposte a queste domande le conosciamo tutti molto bene.
È il momento di organizzarci!
Non ci sarà nessuna possibilità di uscire da un sistema globale e centralizzato dominato dalla borghesia senza un’organizzazione internazionale e centralizzata dei lavoratori, che si impegni nella costruzione di partiti rivoluzionari in tutti i Paesi che a loro volta intervengano e si costruiscano nelle lotte, organizzando le avanguardie operaie per portare il socialismo nel movimento operaio e in ogni lotta sindacale e sociale. In questa direzione è impegnato il nostro partito. E in questa direzione va il nostro appello ai lavoratori a conoscere il partito che insieme a loro vogliamo costruire.





















