Partito di Alternativa Comunista

Arvedi: l’Ilva del Nord

Arvedi: l’Ilva del Nord

 

 

 

Pdac Cremona

 

 

Chi abita a Cremona non può non conoscere il nome Arvedi perché la città è ricoperta di targhe che ne ricordano le doti di benefattore: nel 2007 salva la U.S. Cremonese dalla bancarotta; nel 2011 apre il Centro Sportivo giovanile, soprannominato Cittadella dello Sport; nel 2013 inaugura il Museo del Violino e finanzia interamente il restauro di Piazza Marconi; nel 2014 inaugura la casa di riposo intitolata a lui e alla moglie; nel 2017 conclude i lavori per la riqualificazione delle Colonie Padane, struttura ed area verde aperta alla cittadinanza; e si potrebbe proseguire.

 

L’acciaieria senza nome

Tutta questa attività benefica è garantita dagli introiti economici derivanti dall’attività siderurgica, in gran parte svolta sul territorio cremonese. Come si legge sul sito aziendale, «il core business del Gruppo Arvedi è costituito da attività siderurgiche primarie e di trasformazione, con volumi di oltre 4,3 milioni di tonnellate e un fatturato consolidato nel 2018 di circa 3,1 miliardi di euro, che danno impiego a oltre 3.600 persone, di cui oltre 2.400 in territorio cremonese». Cifre da capogiro per la nostra piccola realtà.
Eppure i mezzi di informazione e le istituzioni locali tendono a non parlare di questo secondo aspetto legato al nome Arvedi e, quando sono obbligati a farlo, si limitano a citare una grande azienda ubicata in via Acquafredda (che, per chi abita a Cremona, equivale ad acciaieria Arvedi). Questo è possibile un po’ perché il patron della città nel 2013 ha avviato una campagna di acquisto dei quotidiani locali (la sola emittente locale non ancora di sua proprietà, Telecolor, è stata minacciata di querela per aver diffuso notizie relative all’impatto ambientale dell’azienda), un po’ perché le istituzioni locali, e gli stessi sindacati confederali, faticano a prendere posizione contro chi sta portando, ormai da anni, lavoro e prosperità nella ridente campagna cremonese.
Ne prendono le difese anche quando sono gli stessi tribunali borghesi ad emettere una condanna, come ad esempio nel caso dell’apertura del secondo insediamento, adiacente al primo, in un’area non destinata ad uso industriale. Oppure tacciono, come quando periodicamente emergono i dati di inquinamento rilevati in zona o come quando, purtroppo altrettanto periodicamente, un operaio dell’azienda di via Acquafredda muore, come è capitato ad un giovanissimo qualche settimana fa.

 

La questione ambientale

Mentre prepariamo questa nota, in modo poco evidenziato, sulla stampa locale è apparso un articolo dal titolo esaustivo: «Cremona respira mal’aria: è tra le peggiori d’Europa». Vi si legge che secondo un monitoraggio dell’agenzia europea dell’ambiente, la città di Cremona è al secondo posto in Europa per i più alti livelli di inquinamento da particolato sottile. Ovviamente l’articolo cerca di nascondere le vere cause del problema: tenta di giustificare il fatto che a Cremona si respira l’aria più inquinata d’Europa a causa della forte concentrazione dell’industria in Val Padana e per il fatto che le Alpi farebbero da cintura impedendo la dispersione degli inquinanti. Non menziona ovviamente la contemporanea presenza sul territorio di un inceneritore con le sue 71.000 tonnellate annue di rifiuti, dell’autostrada Cremona-Brescia, e ovviamente dell’acciaieria Arvedi, che fa la parte del leone, occupando con le discariche interne una superficie di 457 mila metri quadrati: milioni di metri cubi di emissioni concentrate in un territorio di pochi chilometri quadrati. Durante il parziale lock-down dello scorso anno, quando gran parte della città si è fermata, quando di fatto Cremona era considerata tra i primi focolai della pandemia, quando l’ospedale pubblico cittadino era al collasso per l’elevato numero di ricoveri, quando giorno e notte l’unico rumore che proveniva dalle strade era quello delle ambulanze, l’acciaieria senza nome ha continuato la propria attività, magicamente inserita nell’elenco delle attività essenziali, la famosa lista delle aziende che non potevano assolutamente interrompere la propria produzione. Infatti, a dimostrazione del tasso di incidenza dell’acciaieria sulla salute dei cittadini cremonesi, secondo i rilievi ambientali effettuati nella primavera scorsa e contrariamente a quanto rilevato in altre zone d’Italia, non vi è stato il benché minimo miglioramento della qualità dell’aria locale.

 

La salute dei lavoratori

L’omertà che da sempre copre l’operato dell’acciaieria, riguarda anche gli incidenti e le morti sul lavoro che periodicamente avvengono all’interno dell’acciaieria. Come sezione locale del Pdac, negli ultimi anni, abbiamo presenziato con regolarità davanti ai cancelli dell’acciaieria, distribuendo il nostro materiale politico ed avviando una interlocuzione importante con gli operai che ci hanno sostenuto firmando le liste per la presentazione dei nostri candidati alle elezioni locali, lasciandosi intervistare per il nostro giornale e affidandoci il racconto della reale situazione lavorativa all’interno dell’azienda: «Qui dentro ci fanno morire… provate a guardare la resina che trovate sulle nostre auto nel parcheggio… dentro è ancora peggio» oppure «Ci sono infortuni tutti i giorni… a noi non viene detto nulla nemmeno all’interno del reparto… lo scopriamo solo quando vediamo l’ambulanza passare».
È di poche settimane fa l’ennesimo caso di un lavoratore deceduto in acciaieria, morte che – ne siamo certi per i precedenti - dopo indagine sarà derubricata come causata da «errore umano». Questi operai lavorano in condizioni sanitarie pericolosissime, esposti al rischio di tumori e malattie alle vie respiratorie due volte, come lavoratori e come residenti; hanno sfidato il covid (i focolai scoppiati all’interno dell’azienda sono stati debitamente tacitati) continuando l’attività quando il nostro territorio era «zona rossa» per eccellenza perché nel capitalismo pare che non sia possibile cessare la produzione di tubi di acciaio; svolgono la loro attività secondo tempi che spesso non consentono l’uso dei Dpi perché indossarli per svolgere in sicurezza la propria attività, significa rallentare la catena produttiva. Però poi quando si ammalano, si feriscono o addirittura muoiono, la colpa non è dello sfruttamento capitalista che per il profitto di pochi è disposto a sacrificare vite umane, ma la responsabilità è imputabile alla loro disattenzione o alla loro negligenza.

 

La sola via d’uscita è la rivoluzione

In realtà non ci stupiamo di tutto ciò: sappiamo benissimo che tutela della salute, dei lavoratori in primo luogo, cura dell’ambiente e della qualità della vita sono tutte situazioni che, pur rappresentando solo considerazioni basate sul buonsenso, sono incompatibili in una società che mette il profitto davanti a tutto. Non deve quindi stupire che la Pianura padana, e al suo interno Cremona, sia allo stesso tempo il cuore pulsante del capitalismo italiano e del disastro della qualità della vita, causato dall’inquinamento.
I morti e gli incidenti sul lavoro non sono dovute alla fatalità ma sono il frutto marcio del capitalismo. Solo una conseguente lotta per un’alternativa rivoluzionaria metterà fine una volta per tutte a questo scempio senza fine.

 

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