Partito di Alternativa Comunista

L’autunno cileno

L’autunno cileno

 

 

 

di Salvatore de Lorenzo

 

 

 

Il 18 ottobre del 2019, nella stazione della metropolitana di Santiago, gli studenti, a lungo tartassati dai governi borghesi di destra e di sinistra che si sono alternati alla guida del Paese negli ultimi trent’anni, scoprono che il governo ha apportato un ulteriore aumento ai prezzi dei mezzi di trasporto. Il costo dei biglietti è difatti passato da 800 a 830 pesos (da 0,98 a 1,02 $ circa). Un aumento che potrebbe apparire irrisorio (ma che come vedremo non lo è) e che scatena la loro rabbia: gli studenti saltano i tornelli, assaltano e incendiano anche alcuni mezzi di trasporto. Ha inizio l’insurrezione di massa del popolo cileno. Dal 18 sino al 25 ottobre è tutto un susseguirsi di scontri tra la popolazione cilena, che immediatamente affianca gli studenti nelle loro proteste, da un lato, e l’esercito inviato nelle strade dal presidente Pinera per reprimere i manifestanti, dall’altro. Durante gli scontri vengono assaltati, saccheggiati e talvolta incendiati soprattutto i supermercati, ad indicare a quale livello di povertà sono state ridotte le masse dal capitalismo cileno.
La reazione del governo è inizialmente furente, con la decretazione dello stato di emergenza e il coprifuoco il 19 ottobre. Durante i primi giorni di scontri si registrano diversi morti (almeno venti ma Amnesty parla di oltre quaranta) tra i manifestanti, centinaia di feriti, migliaia di arresti, denunce di tortura e di violenze sessuali da parte delle manifestanti, e decine di persone scomparse, come accadeva ai tempi della dittatura criminale di Pinochet. Le organizzazioni politiche di opposizione, in particolare il Pc e il Frente Amplio, e le organizzazioni sindacali chiedono ed ottengono le dimissioni del ministro degli interni Chadwik. Un contentino dell’assassino Pinera che, nel tentativo, rivelatosi poi inutile, di calmare le proteste, ritira anche l’aumento dei prezzi dei mezzi di trasporto. Difatti il coordinamento sindacale Mesa de l’Unidad Social (Mus) tra la Cut (principale sindacato dei lavoratori cileno), la Coordinadora 8M (il movimento femminista), il Confech (il combattivo sindacato degli studenti) e altre organizzazioni minori indice, a sostegno dei manifestanti, uno sciopero per il 23 e 24 di ottobre: la classe operaia (minatori, portuali, camionisti, insegnanti, settore pubblico) scende in piazza in tutte le principali città del Paese. I camionisti scaricano merci nelle strade per erigere barricate contro la polizia. I tank delle forze armate vengono in taluni casi isolati e distrutti.
Il 25 ottobre Santiago è invasa in ogni suo angolo da oltre un milione di persone che criticano l’assassino Pinera e le misure economiche messe in campo in trent’anni ed oltre dai governi «democratico» - borghesi. Dopo il 25 ottobre altri scioperi sono stati convocati dal Mus, l’ultimo dei quali il 12 novembre e hanno visto una partecipazione attiva di tutta la classe operaia e del settore pubblico, con scontri continui tra manifestanti ed esercito e barricate erette in tutte le principali città del Paese. Mentre scriviamo gli scontri di piazza tra i manifestanti e la polizia cilena sono ancora in corso e la cronaca è necessariamente incompleta.

Il modello economico ultra-liberista cileno
Sin dai tempi di Pinochet, che restituì il controllo della produzione e delle risorse naturali ai capitalisti cileni ed americani, il Cile ha importato e sperimentato l’effetto delle politiche ultra-liberiste di Milton Friedman e dei suoi allievi di Chicago. A partire dal 1975, infatti, grazie ai rapporti stabiliti con Friedman da Josè Pinera, fratello dell’attuale presidente Sebastian e ministro del lavoro durante la dittatura di Pinochet, le università cilene e quelle americane stabilirono una fitta rete di contatti e di scambi. Il Cile divenne così uno dei laboratori in cui sperimentare le teorie ultra-liberiste di Friedman, ispiratore tra l’altro delle politiche economiche della Thatcher e di Reagan. Non è casuale che sia stato proprio Josè Pinera ad aver intessuto le relazioni con i Chicago boys e ad aver avviato quel modello economico, che ha funzionato sia durante la dittatura di Pinochet che durante i governi borghesi di centro-destra e di centro-sinistra una volta conclusa la dittatura. Quel modello economico ha consentito difatti alla famiglia Pinera di diventare uno dei principali gruppi monopolistici cileni, che ha il controllo di linee aeree, canali televisivi e istituti di credito in Cile.
Un esperimento di successo, se lo si guarda dal versante capitalista. Attraverso quel modello, i monopolisti cileni e l’imperialismo americano hanno accumulato enormi ricchezze, sfruttando le, altrettanto enormi, risorse naturali del Cile (ferro, carbone, rame) e, soprattutto, succhiando il sangue della classe operaia cilena e dei ceti medi attraverso il trucchetto della capitalizzazione. Ed è esattamente il modello della capitalizzazione ad aver sprofondato nella miseria il popolo cileno. Esso consiste nel recuperare il salario percepito dai lavoratori attraverso la privatizzazione di tutti i principali servizi essenziali: sanità, trasporti, istruzione, pensioni, acqua, etc. In tal modo i salari versati ai lavoratori vengono quasi totalmente redistribuiti tra tutte le imprese private. L’effetto cumulativo di queste politiche economiche è stato quello di trasformare il Cile in un Paese in cui il livello di disuguaglianza tra le classi sociali è tra i più elevati al mondo. Difatti, dopo Sudafrica, Costa Rica e Messico, il Cile è il Paese con il più alto indice di Gini (quel parametro che gli economisti usano per quantificare il livello di disuguaglianza). Questo parametro attesta, nella sostanza, il divario tra il tenore di vita del 10% più ricco della popolazione e il restante 90%. È il modello ultra-liberista di Friedman ad aver accelerato il divario tra le classi agiate e quelle subalterne. In particolare, mentre i settori borghesi conducono un tenore di vita equivalente a quello delle corrispondenti classi europee e americane, al contrario, il ceto medio, la classe lavoratrice e i Mapuche sono sprofondati nella miseria più assoluta. Il salario medio dei lavoratori cileni è attorno ai 500 dollari, mentre quello minimo è ben al di sotto dei 400$. Dai loro salari, i lavoratori devono estrarre una quota, in media superiore al 10%, da versare a degli istituti privati di credito (Afp) per poter avere, alla fine del ciclo lavorativo, una misera pensione. Le pensioni percepite sono difatti proporzionali alle somme erogate agli istituti di credito. Grazie a questo sistema privatistico in Cile, oggi, le pensioni sono in media inferiori al salario minimo. Gli istituti privati di credito, che investono in bond i soldi ricevuti dai lavoratori cileni per costruirsi una pensione, sono per la gran parte nelle mani del capitalismo finanziario americano (3 Afp americani, uno cileno, uno brasiliano uno boliviano).
Contemporaneamente, dai loro salari, i lavoratori devono estrarre ingenti somme per consentire ai propri figli di accedere all’istruzione, in particolare a quella universitaria. È stato calcolato che mentre l’83% dei rampolli della borghesia cilena accede alle università cilene, solo il 10% degli studenti appartenenti alla classe media e al proletariato riesce a conseguire un titolo universitario di studi. Per accedere all’università gli studenti sono costretti ad indebitarsi con gli istituti di credito privati, che sono peraltro tutelati nel caso di insolvenze, potendo scaricare sullo Stato i debiti degli studenti insolventi.
È la privatizzazione dell’istruzione che ha condotto gli studenti a sviluppare una coscienza di classe e a combattere contro le politiche imposte dai governi di destra e sinistra che si sono alternati alla guida del Paese. Nel 2011, durante il primo governo Pinera, le proteste e le mobilitazioni furono imponenti, in particolare a Santiago, dove oltre cento istituti scolastici furono occupati. Ma esse sono continuate in tutti questi anni, con episodi importanti anche nel 2014 e 2016, quando alla guida del Paese vi era il governo del Ps di Bachelet, anch’esso, al di là delle chiacchiere, indisponibile a soddisfare le richieste degli studenti. Nel corso di questi anni questa mobilitazione permanente ha condotto gli studenti a creare un sindacato molto combattivo, il Confech, e all’interno del movimento degli studenti si sono formati diversi dirigenti politici di sinistra, che in particolare, fanno parte delle organizzazioni che confluiscono in Fa.
È indubbiamente merito degli studenti se è iniziata l’insurrezione di massa il 18 ottobre in Cile. Ma il malessere covava nel ventre di tutti gli strati subalterni, come dimostra il fatto che la rabbia si è immediatamente impossessata di centinaia di migliaia di persone, esplodendo in modo dirompente a partire dal 18 ottobre. La rivolta del popolo cileno conferma, ancora una volta, la validità dell’analisi marxista della realtà. L’insurrezione fa difatti piazza pulita di tutte le esoteriche teorie delle organizzazioni riformiste, come quella delle onde reazionarie e dimostra che sono le condizioni materiali a dettare la coscienza delle masse.

La questione dell’Assemblea Costituente
Dunque, il malcontento che ha scatenato l’insurrezione popolare cilena è incubato nel ventre del proletariato cileno per oltre trent’anni. Non a caso i manifestanti, nello spiegare le ragioni della protesta, hanno utilizzato lo slogan: «non sono 30 pesos, sono trent’anni». È a partire dal 1980, difatti, che il criminale dittatore Pinochet ha emanato una nuova carta costituzionale che ha formalmente segnato il passaggio dalla dittatura militare ad uno stato «democratico» borghese. Una trasformazione di forma e non di sostanza, ovviamente, visto che Pinochet, che abbandonò la guida del Paese dopo un referendum, rimase per altri dieci anni a capo delle Forze Armate cilene.
Molte organizzazioni e avanguardie della sinistra hanno posto in evidenza alcuni caratteri dittatoriali dell’attuale Costituzione cilena, come le norme anti-terrorismo o la possibilità di nominare senatori a vita all’interno del parlamento cileno non eletti. La sfiducia della popolazione cilena verso la Costituzione emanata da Pinochet ha le sue radici storiche nel colpo di Stato del 1973, con cui Pinochet, agli ordini del monopolismo cileno e dell’imperialismo americano, sospese le regole democratiche esistenti in Cile, avviando quell’operazione di mattanza che consentì alla controrivoluzione di annientare la più avanzata classe operaia del dopoguerra. Ed è anche per questo che uno degli slogan principali delle masse cilene, in questi giorni di scontri e manifestazioni, è stato: «Abbasso la costituzione dell’80!». Se è naturalmente ovvio che il popolo cileno faccia benissimo a rivendicare la cancellazione della costituzione dell’80, non è però altrettanto ovvio con cosa essa vada sostituita. Ed è su questo terreno che si misura la differenza tra un’organizzazione coerentemente rivoluzionaria come il Mit, nostro partito gemello e sezione della Lit-CI in Cile e le organizzazioni riformiste, staliniste e persino centriste.
Difatti, da marxisti, sappiamo bene che in nessuno Stato borghese, nemmeno quello più democratico, le Forze Armate potranno mai porsi al servizio del proletariato e della popolazione povera: sarebbe una contraddizione in termini. Sono difatti proprio i «distaccamenti di uomini armati» a tutelare, in tutti gli Stati democratico-borghesi, gli interessi delle classi dominanti. Ed è dunque evidente che per realizzare una Costituzione realmente democratica, che cioè impedisca alle Forze Armate di reprimere il proletariato, è assolutamente indispensabile che, ancora prima di riscrivere la costituzione, è necessario che il potere passi dalle mani dei monopolisti cilene in quelle della classe operaia cilena. Ed è questa la ragione per cui la rivendicazione di un’assemblea costituente non può essere separata dalla questione del criterio di scelta dei delegati. Solo se saranno le assemblee popolari e i consigli degli operai a stabilire i criteri di convocazione dell’assemblea costituente e a individuarne i delegati, l’assemblea costituente sarà realmente rappresentativa degli interessi del proletariato cileno. Tutti i tentativi che stanno tentando di fare, in queste ore, sia le forze di governo che le forze di opposizione al governo, come il Pc, il Frente Amplio (Fa) e l’ormai discreditato Ps, che hanno proposto un’assemblea costituente assieme ai rappresentanti della borghesia cilena, è una truffa e va denunciata alle masse cilene in lotta. È il vergognoso tentativo, da parte delle forze riformiste e staliniste, di far evaporare la protesta, incanalandola nell’alveo della contesa parlamentare. È difatti la storia ad insegnarci che ogni qual volta, al tavolo delle trattative, si sono seduti i rappresentanti della borghesia assieme a quelli della classe operaia, la costituzione che ne è derivata ha sempre rappresentato un compromesso tra le due classi. Ma il compromesso comporta il mantenimento in vita della classe borghese e del suo modo di sfruttamento del lavoro salariato, cioè rappresenta un mero abbellimento formale delle regole che determinano i rapporti di produzione senza modificarne il contenuto sostanziale, cioè il dominio della classe che detiene il controllo dei mezzi di produzione (la borghesia) sulla classe (il proletariato) che è costretta a vendere la sua forza lavoro alla borghesia per sopravvivere. Il tranello di una costituente finalizzata a «democratizzare» l’attuale regime borghese cileno non è ovviamente una novità nel perenne conflitto tra proletariato e borghesia e a svelarne il carattere infido fu Lenin che, in «Stato e rivoluzione» scrisse: «le forme di dominio dello Stato possono essere diverse; il capitale manifesta la sua forza in un certo modo laddove esiste una certa forma di dominio e in un altro modo dove ne esiste un’altra; ma in fondo il potere resta nelle mani del capitale, esista o no il diritto di censo o un altro diritto, esista o no la repubblica democratica; anzi quanto più la repubblica è democratica, tanto più brutale e cinico è il dominio del capitalismo». Ed era così convinto di queste cose, il grande Lenin, che non cadde nel tranello della Costituente assieme ai cadetti (i rappresentanti della borghesia) e riconsegnò il potere di redigere la costituzione agli operai, rappresentati dal Congresso Panrusso dei Soviet. Ed è per questo che ci lascia perplessi, per usare un eufemismo, che vi siano organizzazioni, che si definiscono trotskiste come Ft, che invocano un’assemblea costituente al cui tavolo siedano i delegati eletti da una consultazione popolare, come se una consultazione popolare non potesse eleggere i rappresentanti della borghesia nell’assemblea e non potesse essere manipolata da chi è al potere. Se proprio volessimo essere buoni con questi compagni «trotskisti» dovremmo tacciarli di infantilismo.

W la rivoluzione socialista in Cile
Un segnale molto positivo che si coglie, nel corso delle lotte di questi giorni, è che una nuova avanguardia della classe operaia si sta formando. Questa nuova avanguardia si è posta alla testa delle lotte di questi giorni, scalzando le burocrazie sindacali e avanzando rivendicazioni e parole d’ordine sempre più radicali, come la richiesta di porre fine al sistema economico liberista. Nello sciopero del 12 novembre, alcuni settori della classe operaia hanno persino deciso di scioperare per 48 ore (e non solo per le 24 ore convocate dal Mus). È la strada giusta!
È solo attraverso la mobilitazione costante nelle fabbriche, nelle scuole e nei luoghi di lavoro che il popolo cileno potrà sviluppare gli strumenti di auto-organizzazione e di autodifesa necessari alla lotta contro i monopolisti cileni e i loro rappresentanti politici ed eleggere democraticamente i suoi delegati in un congresso che ponga preliminarmente la questione della consegna del potere dalla borghesia al proletariato. Una rivoluzione socialista in Cile costituirebbe solo il primo tassello per l’abbattimento del sistema capitalistico in tutta l’America Latina, che è attraversata in ogni angolo da fermenti rivoluzionari, e in tutto il mondo. Il Mit, sezione cilena della Lit-CI, è impegnato in questa lotta al fianco del popolo cileno. W la rivoluzione socialista mondiale!

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