Partito di Alternativa Comunista

2019: un anno di rivoluzioni, un anno di lezioni per i rivoluzionari

2019: un anno di rivoluzioni,
un anno di lezioni per i rivoluzionari
 
 
 
di Salvatore de Lorenzo
 
 
 
 
Quando gli storici ricostruiranno quanto sta avvenendo in tutto il mondo, ricorderanno quello che sta volgendo al termine in questi giorni come l’anno delle ascese rivoluzionarie del proletariato mondiale contro i governi del capitalismo internazionale. In questo articolo analizzeremo le principali mobilitazioni in America Latina e Medio Oriente, ma non possono essere trascurate, in un’analisi più complessiva, le analoghe rivolte del proletariato africano, come le mobilitazioni di piazza che hanno riguardato l’Algeria e il Sudan e i continui scontri in Etiopia, dove il presidente Abiy Ahmed, dopo aver ritirato il premio Nobel per la pace, ha represso nel sangue (il bilancio è di 67 morti) le rivolte di gruppi etnici ridotti alla fame dalle politiche dei camerieri del Fmi, in un Paese che ha una straordinaria crescita del Pil (il tasso di crescita viaggia attorno al 10%) e salari medi di 60$ al mese. Né hanno importanza minore le tensioni rivoluzionarie che hanno attraversato e attraversano in queste ore la Francia, o i moti indipendentisti del popolo catalano (un milione di persone che sono scese in piazza a seguito dell’arresto dei leader dei partiti indipendentisti e si sono scontrate con i Mossos inviati dal governo spagnolo a sedare la protesta) e di quello di Hong Kong contro il governo centrale di Pechino.

L’America Latina
A partire da settembre, l’America Latina sta vivendo una straordinaria stagione di lotte attraverso scioperi, mobilitazioni di piazza, scontri tra le masse popolari e l’apparato militare degli Stati borghesi. 
Una ascesa rivoluzionaria che ha avuto il suo avvio con le proteste della popolazione di Haiti contro il governo Moise. In questo Paese il 60% degli 11 milioni di abitanti è costretta dalla barbarie capitalista a vivere al di sotto della soglia di povertà e il 24% è in condizioni di estrema povertà.  Il 41% della popolazione è disoccupata. L'inflazione attuale è del 18%, principalmente nel settore alimentare e dei farmaci. Il tutto è condito da una crisi cronica nella fornitura di elettricità. Nel luglio 2018 Moïse, che è stato coinvolto in diversi scandali e fenomeni di corruttela, in ossequio agli accordi con il Fmi ha fatto lievitare il costo dei carburanti (incremento del 38% della benzina, del 48% del diesel e del 51% del cherosene), dopo aver sottratto, assieme ad altri ministri del governo, una parte ingente dei 3800 milioni di dollari del programma Petrocaribe, una sorta di accordo con il Venezuela per il rifornimento di petrolio e carburanti a prezzo ribassato. È questo ad aver innescato le proteste popolari, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone. Le mobilitazioni hanno avuto inizio in febbraio ma sono poi riprese a settembre e sono continuate ininterrottamente per oltre otto settimane. Nei ripetuti scontri con l’apparato repressivo sono state incendiate auto di lusso e lanciate pietre contro il palazzo presidenziale. Un ruolo di primo piano è stato assunto dai lavoratori del settore tessile coordinati da Sota-Bo, un sindacato in cui svolge un ruolo di direzione l’organizzazione rivoluzionaria Batay Ouvriyé. I lavoratori avanzano rivendicazioni economiche, dall’aumento del salario minimo alla riduzione della giornata di lavoro ma contestano anche la privatizzazione dei trasporti, dell’istruzione e della sanità. 
Agli inizi di ottobre è stata la volta dell’ascesa rivoluzionaria in Ecuador. Nelle due settimane di mobilitazione centinaia di migliaia di persone hanno preso d’assalto il palazzo del governo, dove erano asserragliati il presidente Lenin Moreno e i suoi ministri, costringendoli alla fuga. Anche in Ecuador le proteste sono state innescate dalle misure economiche imposte dal Fmi (aumento dei prezzi dei carburanti, tagli agli stipendi degli impiegati pubblici, aumento dell’orario di lavoro). Il ruolo delle direzioni della principale confederazione sindacale delle popolazioni indigene, la Conaie, è stato ambiguo. Sotto l’onda della mobilitazione di massa, la Conaie ha inizialmente imposto a Lenin Moreno di ritirare le misure economiche ma ha poi lavorato a far rifluire la protesta che, come sarebbe stato naturale data l’ampiezza della mobilitazione, avrebbe condotto alla cacciata del governo borghese. Nonostante le forti misure repressive adottate dal governo, il popolo ecuadoriano ha mostrato un grande spirito di lotta e soprattutto un'elevata capacità di auto-organizzazione, giungendo sino ad arrestare alcuni militari agli ordini del governo.  Alcuni settori minoritari delle forze armate hanno persino solidarizzato apertamente con i manifestanti. 
Il 18 ottobre è insorto il proletariato cileno e la rivoluzione è tuttora in corso. A innescare la miccia delle proteste è stato l’aumento dei costi dei mezzi di trasporto. Sono stati gli studenti, che sono sul piede di guerra da oltre dieci anni in Cile per i costi esorbitanti delle tasse universitarie, ad iniziare la fase insurrezionale. A differenza delle precedenti rivolte studentesche (nel 2011 gli studenti occuparono centinaia di istituti a Santiago), stavolta l’intero proletariato cileno si è immediatamente schierato al fianco degli studenti negli scontri di piazza con l’apparato repressivo dello Stato borghese.
L’aumento di 30 pesos sui biglietti dei tram è stata solo la miccia che ha prodotto l’esplosione di tensioni che covavano nel ventre del proletariato cileno da più di trent’anni, causate dalle sofferenze economiche di una popolazione sottoposta ad una costante rapina da parte dei monopolisti cileni (e dell’imperialismo) sin dai tempi del genocida Pinochet. L’impianto ultra-liberista di Milton Friedman, importato in Cile sin dal 1973 dal fratello José dell’attuale presidente Sebastian Pinera, ha trasformato il Cile in uno dei Paesi in cui il livello di disuguaglianza tra le classi subalterne (il 90% della popolazione) e la borghesia è tra i più elevati al mondo (nel 2017 il Cile era quarto in questa triste classifica dopo Sudafrica, Messico e Costa Rica). In un Paese in cui il costo della vita è leggermente inferiore a quello dei Paesi europei, è dai bassi salari (in media intorno ai 500 $) che i ceti subalterni sono costretti a estrarre una quota (in media intorno al 10%) da devolvere agli istituti di credito americani e cileni per potersi costruire una miserrima pensione (in media intorno ai 200$, ben al di sotto del salario minimo, pari a 370$) e devono inoltre istituire dei mutui con le banche per iscrivere i figli all’università. A causa di queste vessazioni, solo il 10% degli studenti provenienti dai ceti subalterni riesce a conseguire un titolo superiore di studi in Cile.
Nella prima settimana di mobilitazione il presidente Pinera, uno dei principali monopolisti cileni (controlla istituti di credito, linee aeree e canali televisivi), ha messo in campo tutte le più inaudite misure repressive per reprimere l’insurrezione popolare ma, nonostante l’elevato numero di morti (oltre 20), le centinaia di feriti, le circa 20.000 persone arrestate, le violenze sessuali della polizia cilena ai danni delle donne e le pallottole di gomma sparate negli occhi dei rivoltosi, la protesta continua ad assume un’ampiezza straordinaria, con diversi scioperi coordinati dal Tavolo dell’unità sociale che vedono coinvolti i lavoratori del settore minerario, i portuali, gli insegnanti e tutto il settore pubblico. Attualmente è in corso il tentativo del governo di disinnescare i moti rivoluzionari, incanalandoli nell’alveo di un’Assemblea costituente. Pinera sta cercando di far leva sulle forze riformiste di opposizione, come lo screditato Ps, lo stalinista Pc e il Frente Amplio (un calderone che include da partiti liberali fino a partiti pseudo-trotskisti vicini a Podemos). C’è poco da fare affidamento su queste forze riformiste. In questi giorni, con il loro sostegno, il governo cileno ha approvato di fretta e furia un decreto che vieta lo sciopero.
La Costituente che propongono è un tranello. Come sappiamo, infatti, la storia degli ultimi cento anni è stata tristemente attraversata da assemblee costituenti miste, cioè costituite da delegati sia della classe operaia che della borghesia (dalla costituente tedesca del 1919 da cui nacque la repubblica di Weimar che aprì le porte al nazismo, a quella del 1946 in Italia in cui venne formalizzato il dominio di quegli stessi capitalisti che si erano alleati con Mussolini per fare mattanza della classe operaia insorta durante il biennio rosso). Ed è quindi di fondamentale importanza ricordare che l’unica volta in cui si impiantò un governo operaio fu proprio quando i bolscevichi non riconobbero l’esito delle votazioni per la Costituente e demandarono al congresso panrusso dei Soviet la scrittura della Costituzione sovietica. A partire dalle esperienze concrete maturate dal movimento operaio, dunque, il Mit, sezione cilena della Lit-Quarta Internazionale, è stata l’unica organizzazione che ha spiegato e continua a spiegare, agli studenti e ai lavoratori in lotta, che la questione dell’assemblea costituente è strettamente intrecciata con quella del potere e che solo un governo basato sui delegati dei comitati dei lavoratori, degli studenti e della popolazione indigena è legittimato a scrivere la futura carta costituzionale cilena.
Tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre si è verificato, in Bolivia, un golpe militare che ha posto fine al governo di Evo Morales. Morales era asceso al potere in Bolivia nel 2005 ed aveva spesso forzato le regole per poter essere rieletto al governo del Paese. Alle ultime elezioni vi sono realmente pochi dubbi sul fatto che avesse commesso dei brogli elettorali per risultare vincitore al primo turno. Il golpe militare non è stato ovviamente contro Morales, nonostante le sciocchezze che in Italia raccontano gli stalinisti del Pc di Marco Rizzo e i riformisti della Rifondazione Comunista. Esso è servito alla borghesia bianca e razzista boliviana per fare mattanza degli attivisti del movimento indigeno e della classe operaia che contestavano le politiche di Morales, consentendo nel contempo a Morales di andarsene in tutta tranquillità a farsi le vacanze in Messico, ospitato dal presidente messicano Lopez Obrador. 
Dopo aver preso il potere nell’ormai lontano 2005, Morales si era guardato bene dal portare a termine le richieste rivoluzionarie del movimento degli indigeni e dei minatori boliviani. Per questa ragione, invece che espropriare le multinazionali estere che fanno profitti sfruttando le immense risorse naturali della Bolivia, Morales ha in questi anni sviluppato un sistema misto di compartecipazione agli utili tra Stato e imprese private per l’estrazione delle risorse naturali; contemporaneamente ha avviato politiche di sfruttamento intensivo nel settore agro-industriale che hanno devastato la foresta amazzonica e relegato nella miseria, espropriandoli delle loro terre, milioni di indigeni. Attraverso la cooptazione al governo delle burocrazie sindacali indigene, Morales è riuscito, nei primi anni del suo governo, a tenere a bada la popolazione indigena, favorito anche dalla possibilità di redistribuire parte dei proventi derivanti dalla vendita delle materie prime, in una fase di ascesa dell’economia nazionale trainata dalla straripante crescita della Cina. Una situazione molto simile a quella occorsa in Venezuela durante la prima fase del governo Chavez con il boom dei prezzi del petrolio. Esperienze populiste dunque, cioè governi nazionali borghesi sorretti da una congiuntura, peraltro molto breve, di capitalismo ascendente e non il farsesco «socialismo» bolivariano anti-imperialista acclamato dagli stalinisti e dai riformisti di tutto il mondo.  Affinché siano i fatti a parlare e per citare uno solo dei tanti esempi cui si potrebbe ricorrere, tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019, il governo Morales ha stretto affari con la multinazionale tedesca Gmbh per estrarre il litio, materia prima di cui è ricca la Bolivia e su cui la «green-economy» imperialista intende costruire le auto elettriche del futuro. Questa ulteriore aggressione alle risorse naturali ha scatenato le proteste degli indigeni, che da diversi mesi contestavano Morales, il Mas e i sindacalisti compiacenti. Attraverso le politiche filo-imperialiste, dunque, nei 14 anni in cui è stato alla guida del potere, il capo dei cocaleros Morales si è progressivamente alienato quella base (gli indigeni sono in Bolivia oltre il 60% della popolazione) di cui aveva correttamente rappresentato le istanze rivoluzionarie fino al giorno precedente alla presa del potere.  Dunque non rappresentava più, né per la borghesia bianca né per l’imperialismo, un interlocutore affidabile, in grado cioè di contenere, attraverso il suo controllo sul Mas e sui sindacati, l’ascesa rivoluzionaria degli indigeni. Per questo andava destituito e andava avviata, come poi si è verificato, un’operazione di massacro degli attivisti politici rivoluzionari boliviani.
In ultimo ma non per ultimo abbiamo infine assistito alla straordinaria mobilitazione della classe operaia colombiana. Rompendo i tentativi delle centrali sindacali concertative, che tentavano di diluire le proteste della classe operaia contro il paquetazo (il pacchetto di misure economiche comprendente tra l’altro una contro-riforma pensionistica, tagli alla spesa pubblica, defiscalizzazione delle imprese, precarizzazione del lavoro salariato) e posticipare lo sciopero al 2020, i lavoratori colombiani sono scesi in piazza il 21 novembre. Le manifestazioni hanno registrato la partecipazione di milioni di proletari in tutte le principali città colombiane, con una partecipazione della classe operaia che raramente si ricorda nella storia della Colombia. Per provare a sedare la rivolta, il governo Duque ha creato un clima di terrore attraverso i mezzi di comunicazione, annunciando «infiltrazioni terroristiche» e interferenze da parte dei governi latinoamericani nello sciopero, militarizzando Bogotá e facendo irruzioni in organizzazioni sindacali, sociali e culturali. Negli scontri un attivista è morto e diverse centinaia sono rimasti feriti. Ma la protesta è solo all’inizio. Gli assordanti cacerolazos (suoni di pentole) che la popolazione fa risuonare in tutte le principali città boliviane contro il governo indicano una fase di profonda agitazione rivoluzionaria che è solo agli inizi, e scioperi e manifestazioni di piazza continuano a susseguirsi in questi giorni. In prima linea, negli scioperi della classe operaia, vi sono i compagni del Pst, sezione colombiana della Lit-Quarta Internazionale.

Medio Oriente 
Ma le ascese rivoluzionarie non hanno riguardato solo l’America Latina. In Medio Oriente, all’incirca negli stessi giorni in cui l’esercito turco inviato da Erdogan aggrediva i curdi-siriani, una imponente ondata rivoluzionaria ha scosso l’Iraq. Per oltre una settimana lavoratori, precari e disoccupati hanno stretto d’assedio i palazzi del governo a Bagdad. L’insurrezione è stata causata, anche in tal caso, dalle difficoltà in cui versano le masse popolari per effetto delle politiche economiche del governo borghese di Mahdi, nonostante l’Iraq sia uno dei principali produttori di petrolio al mondo. Il proletariato iracheno si batte contro carovita, povertà, disoccupazione di massa, misure di austerità e anche contro l’occupazione americana. Ma l’aspetto più importante, quando rapportiamo la situazione attuale con quella delle precedenti primavera arabe, è il salto di coscienza compiuto dal proletariato medio-orientale. Nelle parole d’ordine del movimento iracheno, ad esempio, compaiono parole d’ordine che contestano non solo il controllo dell’imperialismo americano sull’Iraq, ma anche slogan contro l’influenza del regime iraniano, collegato principalmente alla borghesia sciita presente nel Paese. I manifestanti si battono, finalmente, contro quel regime settario che sino ad oggi ha regolato la spartizione dei profitti tra borghesia sciita, sunnita e curda fomentando le divisioni religiose tra i proletari delle varie correnti. I proletari sunniti, così come quelli delle altre correnti, hanno cioè finalmente compreso che i loro avversari non sono i proletari sciiti o curdi ma l’insieme delle borghesie curde, sunnite e sciite. È un passaggio fondamentale.
Negli scontri, che hanno causato almeno 400 morti e decine di migliaia di feriti, le principali piazze e strade di Bagdad dove vi sono gli uffici governativi sono state invase e bloccate dai manifestanti, impedendo per diversi giorni il funzionamento del governo. I danni complessivi causati dalla sommossa sono stati quantificati in oltre 6 milioni di dollari.  In particolare, il 6 novembre vi è stato un assalto alla raffineria di petrolio a Nassiriya, che lavora ora con capacità produttiva dimezzata, causando difficoltà alla produzione nel Sud del Paese. Mahdi ha dapprima provato a prendere alcune misure per calmare le proteste, come il taglio del 5% degli stipendi degli alti funzionari pubblici per aiutare i disoccupati o l'aumento delle pensioni, ma di fronte al proseguire delle proteste è stato poi costretto a dimettersi.
Analoga ascesa rivoluzionaria si è verificata più o meno negli stessi giorni in Libano.  A differenza della rivoluzione del 2005, in cui le forze della borghesia riuscirono ad egemonizzare e a dividere la popolazione tra due coalizioni borghesi, nella rivoluzione iniziata nell’ottobre di quest’anno, al contrario, le masse si sono ribellate contro tutti i leader settari e ogni comunità religiosa contro i suoi leader. Questo aspetto, che è stato già notato per la rivoluzione irachena, assume una valenza straordinaria. La causa principale di tutte le sconfitte delle popolazioni arabe è da ricercarsi proprio nella divisione dei proletari nelle varie coalizioni dirette dalla borghesia. Sono esattamente quelle stesse divisioni ad aver causato le sconfitte dei curdi-siriani, le cui direzioni, invece che mirare all’unità con i proletari siriani che si ribellavano contro Assad e con i curdi degli altri Paesi (Iraq, Turchia, Iran), si sono schierate dalla parte del criminale presidente siriano. 
In Libano le rivendicazioni dei milioni di lavoratori scesi in piazza riguardano, tra l’altro, proprio la fine del regime settario. A far scattare le proteste è stato l’aumento delle imposte su diversi beni e servizi, come i carburanti, il tabacco e le telefonate via internet. Queste misure costituiscono l’applicazione delle politiche di austerità imposte dal Fmi, richieste alla popolazione libanese per rientrare dall’enorme debito accumulato, pari al 150% del Pil.  Anche il Libano, come i citati Paesi dell’America Latina, spicca per il livello di diseguaglianza economica tra classi sociali, con l’1% più ricco della popolazione che detiene oltre il 25% della ricchezza nazionale e una disoccupazione di massa tra le più alte al mondo. Grandi manifestazioni di piazza e gli scontri con le forze armate, in particolare a Beirut, hanno costretto il premier Hariri dapprima a ritirare le misure economiche. Ciò non ha frenato però le mobilitazioni, che assumono contorni sempre più ampi, costringendo Hariri alle dimissioni. Diversi osservatori considerano la possibilità di una guerra civile tra il proletariato libanese e le truppe di Hezbollah, che puntano al ripristino del governo borghese di Hariri.

La vittoria di Marx 
Come dimostra, in modo inequivocabile, la sequenza di ascese della lotta e rivoluzioni che ha attraversato l’anno che sta finendo, sono le condizioni materiali dei ceti subalterni a determinare l’avanzamento della coscienza di classe. È questa uno degli aspetti teorici fondamentali, purtroppo incompresi persino in larga parte della sinistra rivoluzionaria, del materialismo storico sviluppato da Marx ed Engels.
È dunque la grande crisi prodotta dal sistema capitalistico che ha generato e continuerà a generare le ascese rivoluzionarie in tutto il mondo. Una crisi capitalistica che è emersa prepotentemente nel 2008 con il crollo della produzione industriale mondiale ma da cui il sistema capitalistico non è realmente mai uscito né è in grado di uscire, come si deduce dall’analisi di tutta una serie di indicatori economici: dalla tendenza alla bassa crescita delle principali economie imperialiste mondiali, al dimezzamento nei tassi di crescita della Cina  (la cui crescita nei primi anni del 2000 aveva trainato l’ascesa capitalistica dell’America Latina attraverso l’esportazione di materie prime e petrolio), dalla guerra dei dazi commerciali avviata da Trump per tentare di contrastare l’ascesa sul mercato tecnologico mondiale della Cina, alle difficoltà del sistema produttivo della Germania, principale potenza imperialista europea. Né si può dire che i principali centri della finanza internazionale non abbiano provato in tutti i modi ad uscire, attraverso armi economiche non convenzionali, da questa tendenza ad una crescita asfittica. Ad esempio la Federal Reserve ha provato continuamente a tagliare i tassi di interesse e, analogamente, la Bce ha iniettato diverse migliaia di miliardi negli istituti di credito europeo a tasso zero per tentare di far ripartire i consumi. Nessuna di queste misure, tuttavia, può risolvere i problemi strutturali intrinseci del capitalismo nelle sue fasi di crisi mondiale, quelle di sovrapproduzione.
Il paradosso, come peraltro insegnava Marx nel Manifesto e nel Capitale, è che tutte le misure e le strategie che il capitalismo mette in campo per uscire dalla crisi non fanno altro che aggravarla, preparandone altre più devastanti. Se si guarda alle strategie sviluppate dai grandi centri del capitalismo finanziario internazionale, si deduce che tutte le politiche economiche utilizzate per combattere questa crescita asfittica producono un peggioramento progressivo delle condizioni di vita di masse sempre più numerose. Ad esempio, sia la fisiologica tendenza alla concentrazione dei capitali (necessaria alle imprese capitalistiche per non soccombere nella concorrenza con le imprese più forti sul mercato mondiale) che la massimizzazione della produttività attraverso l’iper-sfruttamento del lavoro salariato, assieme alle politiche di sfruttamento intensivo nel campo agricolo, concorrono sia all’espulsione dalle fabbriche e dalle campagne di un numero sempre più elevato di operai e di contadini che alla perdita del potere d’acquisto dei salariati. Sono queste politiche economiche, intrinseche alla struttura capitalistica, che hanno prodotto quei fenomeni di disoccupazione di massa che sono stati determinanti nell’innesco delle ascese rivoluzionarie sopra descritte. 
E le stesse politiche estrattiviste, che hanno fatto le fortune dei governi populisti dell’America Latina, hanno prodotto un peggioramento nelle condizioni di vita di tutte le popolazioni indigene, conducendole a contestare pesantemente i loro governi, come accaduto in Bolivia. In ultimo, i piani di «aiuto» del Fmi agli Stati in difficoltà o il Mes in Europa, hanno rappresentato la trappola infernale attraverso cui il capitalismo finanziario mondiale ha dapprima fatto lievitare l’indebitamento degli Stati e poi li ha sottomessi, costringendoli ad applicare le misure di austerità (privatizzazione di sanità e istruzione, misure contro le pensioni, svendita delle imprese pubbliche alle multinazionali, tagli della spesa pubblica) per ripianare i debiti contratti col grande capitale. E laddove politiche di aiuto non si sono rese apparentemente necessarie, ci ha pensato l’impianto ultra-liberista dei governi borghesi a rapinare i lavoratori dei loro miseri salari (paradigmatico è in tal senso il caso cileno). È contro questo immondo sistema usuraio, che ha spremuto come un limone il proletariato e il ceto medio di tutti i Paesi, che sono ascese le masse popolari in tutto il mondo, dall’America Latina al Medio Oriente, dal Sudan alla Francia.

Lezioni dalle rivoluzioni
Le rivoluzioni mondiali cui stiamo assistendo offrono alcune lezioni fondamentali e fanno finalmente chiarezza su tutta una serie di questioni che hanno animato il dibattito nella sinistra mondiale negli ultimi anni. 
La prima pseudo-teoria che crolla miseramente di fronte alla nuda verità dei fatti è quella delle "onde reazionarie". A tale teoria, sviluppata dalle organizzazioni riformiste, si sono accodate anche varie organizzazioni che pure si considerano rivoluzionarie (pensiamo ad esempio alla Ft). Ricorrere alla giustificazione della "arretratezza del proletariato" per mascherare l’incapacità di incidere sui processi della lotta di classe non è però solo un limite di analisi, perché in tal modo si finisce con l’avallare l’operato di quelle direzioni riformiste, dal Pt di Lula alla Rifondazione comunista in Italia (per citare due casi emblematici), che hanno utilizzato la teoria delle "onde reazionarie" per mascherare il loro opportunismo politico.
Tale teoria attribuisce l’ascesa di diversi governi e personaggi di estrema destra (da Salvini a Bolsonaro, da Trump a Orban e a Le Pen) al cosiddetto "arretramento nella coscienza del movimento operaio". Verrebbe quasi voglia di esclamare: ben vengano queste situazioni di arretramento se, nel giro di poche settimane, come in una reazione a catena, i proletari di Haiti, dell’Ecuador, del Cile, della Bolivia e della Colombia insorgono con tutte le loro forze contro i governi capitalisti. Ma, battute a parte, la natura di questi processi rivela una volta per tutte l’incapacità, persino di organizzazioni che si definiscono trotskiste, di utilizzare il metodo del materialismo storico nell’analisi dei fenomeni, certo complessi, della società moderna. Se è difatti abbastanza evidente che vi è stato uno spostamento elettorale di alcuni settori di proletariato verso organizzazioni e leader politici che hanno una natura apertamente reazionaria (la cosiddetta «onda reazionaria») è però la spiegazione, totalmente immateriale, che le organizzazioni riformiste forniscono a questo fenomeno, ad essere ovviamente fasulla. Prendersela con il proletariato per nascondere le gravissime colpe che tali organizzazioni hanno avuto nell’ascesa delle formazioni reazionarie è solo l’estremo tentativo di nascondere ai loro iscritti e alla loro base elettorale le ragioni opportunistiche che sono alla base del loro tradimento delle istanze, persino minime, della classe operaia. Sono gli interessi di poltrona, gli stipendi da parlamentare e i fondi pubblici ricevuti da queste organizzazioni la vera ragione per cui esse hanno sostenuto, ad esempio in Italia, le politiche di precarizzazione del mercato del lavoro, o hanno votato, nei governi borghesi di cui hanno fatto parte, l’invio delle truppe militari nelle guerre imperialiste sino a consentire leggi sull’immigrazione che hanno legittimato il reato di clandestinità. Per poi trasformarsi in forze apertamente liberali, accettando e sostenendo i piani di stabilità e di austerità imposti dall’Ue, come l’esperienza di Tsipras e de L’altra Europa dimostrano.
Al contrario delle pseudo-teorie riformiste, ciò che dimostra l’ascesa rivoluzionaria, in America Latina come in Medio Oriente, è che le tensioni a lungo accumulate nel ventre del proletariato mondiale, per effetto dell’aggravamento delle misure di rapina perpetrate dal sistema capitalistico, prima o poi esplodono, restituendo alla lotta di classe il suo ruolo centrale nel determinare il futuro destino dell’umanità. Esattamente come sintetizzava Marx: “Vent’anni contano un giorno, ma vi sono giorni che concentrano in sé vent’anni”. E, come aveva spiegato Marx, le rivoluzioni di questi giorni confermano, se ve ne fosse bisogno, che sono e saranno sempre le condizioni materiali a determinare la presa di coscienza degli strati subalterni e non il contrario. 
E se, come evidente, queste ascese rivoluzionarie avvengono come risposta di larghi strati di massa alla crisi economica, allora esse ci indicano, in modo chiarissimo, che la questione non riguarda solo l’America Latina e il Medio Oriente. Se il livello di vita delle società europee è mediamente più elevato, tutte le politiche necessarie al grande capitale per contrastare la tendenza alla caduta nel saggio di profitto, che sono state applicate e saranno applicate sempre con maggiore efferatezza in Europa, produrranno prima o poi analoghe ascese rivoluzionarie anche in Italia e negli altri Paesi europei (come gli avvenimenti in Francia di queste ore confermano). Il problema dunque non è se questi fenomeni ci saranno, ma solo quando avverranno. E questa osservazione è importante anche per contrastare altre teorie immateriali, come quella del riflusso della classe operaia, costruite ad hoc da organizzazioni centriste minori per celare le evidenti tare organizzative e la loro totale incomprensione della dialettica classe-partito, uno degli elementi fondamentali del leninismo. Anzi è bene chiarire che il ritardo storico del proletariato italiano non ha alcuna ragione immateriale. Esso è causato, da un lato, dal tradimento delle istanze della classe operaia da parte delle organizzazioni riformiste, come la Rifondazione comunista. E, dall’altro, dal ruolo apertamente filo-padronale delle burocrazie sindacali dei sindacati confederali (e non solo), a cui si sono accodate persino le attuali finte opposizioni interne pseudo-rivoluzionarie.
Le ascese rivoluzionarie mondiali fanno anche piazza pulita di tutta una sfilza di soloni che, in questi anni, hanno fatto ricorso a nuove teorie sociologiche, come quella basata sulla resilienza, le quali sostengono che si sarebbe verificato un tale cambiamento della psicologia delle grandi masse da renderle disponibili ad adattarsi ai peggioramenti e alle aggressioni imposte dal grande capitale; e persino le stravaganze intellettuali che tanta presa hanno avuto sulla piccola e molle borghesia mondiale, come quella della rana bollita di Noam Chomsky, crollano miseramente di fronte alle immagini che mostrano inermi e giovani studenti cileni che si scontrano con i mezzi blindati dell’esercito cileno.  Il contenuto di classe di tutte le rivolte mondiali e la ricomparsa della classe operaia sul terreno della lotta di classe fa infine piazza pulita delle ridicole teorie post-operaiste di ex-rivoluzionari di professione. 
Un’altra lezione importantissima che viene da questo straordinario autunno caldo è che quando le masse sono insoddisfatte non vi è alcuna burocrazia sindacale che possa tarparne le lotte. Lo sciopero del 21 novembre in Colombia (il più grande sciopero generale mai visto in quel Paese da almeno quarant’anni) ne costituisce la prova provata. Nonostante le centrali sindacali avessero abboccato al tentativo del governo Duque di rimandare la questione al 2020, gli operai sono scesi lo stesso in piazza in modo massiccio e determinato, sconfessando le loro direzioni. 
È probabilmente dal 1968 che non si vedeva un’ascesa rivoluzionaria di questa portata in tanti Paesi. Tra le diverse organizzazioni mondiali, la Lit-Quarta Internazionale è stata l’unica in grado di prevedere, nel corso di questi anni, la fase di polarizzazione della lotta di classe, descrivendo correttamente la situazione pre-rivoluzionaria che attraversava l’America Latina e non solo. Senza abboccare al chavismo o al «socialismo» bolivariano, come altre organizzazioni che si definiscono trotskiste hanno fatto in questi anni.  Questa sua capacità di analisi, che oggi si è rivelata corretta, è legata al suo metodo di costruzione del partito rivoluzionario, che porta i suoi militanti a calarsi nel concreto delle lotte della classe operaia, senza scorciatoie e senza alcun accodamento nei confronti delle burocrazie sindacali, promuovendo il fronte di classe come strumento di lotta delle avanguardie sindacali e di movimento. E ad una organizzazione democraticamente centralizzata, senza la quale tutto il lavoro di elaborazione teorica e di formazione dei militanti sarebbe impossibile.
Ciò detto è però importante sottolineare che dalle ascese rivoluzionarie alla rivoluzione socialista mondiale il passaggio non è affatto scontato, come ci insegna la storia del movimento operaio. Affinché ciò accada è necessario che, a partire dai fuochi aperti nei vari Paesi in rivolta, si costruisca una direzione rivoluzionaria della classe operaia che ponga le questioni dell'auto-organizzazione e dell'auto-difesa della classe operaia e sia in grado di condurre il proletariato alla presa del potere. Un compito oggettivamente enorme in rapporto alla forza delle organizzazioni rivoluzionarie oggi in campo, ma non impossibile. In ogni caso, l'esistenza di sezioni locali della Lit-Quarta Internazionale nei Paesi dell'America Latina coinvolti dalle ascese di massa rappresenta un'occasione straordinaria per la costruzione del partito rivoluzionario mondiale. 
Ma questo straordinario autunno caldo mondiale ci fornisce un'indicazione ancora più importante, valida soprattutto in quei Paesi, come l’Italia, dove il proletariato non è ancora insorto contro i governi borghesi: per non farsi trovare impreparati è esattamente questo il momento di lavorare alla costruzione del partito rivoluzionario. L'America Latina conferma che aveva ragione Trotsky quando spiegava che «le rivoluzioni appaiono impossibili fino a quando non diventano inevitabili». E, a dispetto di quel che dicono i riformisti o i gufi del riflusso, ciò che sta accadendo in America Latina avverrà anche in Europa, come lo sciopero della classe operaia francese di queste ultime ore ci annuncia. È l’ora della costruzione del partito rivoluzionario anche in Italia. 
Viva la rivoluzione proletaria mondiale! Viva il comunismo!

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