Partito di Alternativa Comunista

Si riapre il dibattito: capitalismo o patriarcato?

 

Si riapre il dibattito: capitalismo o patriarcato?

 

 

di Laura Sguazzabia

 

Il film C’è ancora domani, opera prima di Paola Cortellesi alla regia, oltre a rivelarsi campione di incassi, è diventato un caso mediatico: in quanto percepito e raccontato come una sorta di doppio documentario sul patriarcato dell’Italia di ieri e sull’Italia di oggi, è assurto infatti a manifesto del femminismo nostrano rimettendo al centro del dibattito il tema.

 

La via istituzionale e il patriarcato

Benché la dialettica marxista consenta di analizzare tutto, non è interesse né intenzione di questo articolo addentrarsi in un esame stilistico del film: vogliamo affidarci alla critica cinematografica che lo reputa un buon risultato dal punto di vista tecnico-formale. Invece, ci sia consentito di entrare nel merito della sostanza e soprattutto del messaggio, reale o presunto, sotteso al film.
Presentato dalla stessa autrice come tentativo di dare voce a donne che «si consideravano delle nullità», il film, ambientato nella Roma del secondo dopoguerra, racconta la storia di una proletaria - vittima della violenza di un marito padrone e delle angherie del suocero - che concilia la cura della famiglia con lavori precari e mal retribuiti. L’arrivo di una misteriosa lettera (il cui contenuto è taciuto allo spettatore) è l’evento scatenante verso un finale tanto inaspettato quanto discutibile in cui, secondo la stessa regista e co-sceneggiatrice, starebbe il significato attuale della storia: la lettera si rivela essere la tessera elettorale per la prima votazione cui le donne italiane furono chiamate nel giugno 1946. La scena finale - la triangolazione di sguardi tra la protagonista (eroica nel suo gesto), il marito (furente ma che deve arretrare di fronte alla barriera che le altre elettrici ergono a difesa della nostra) e la figlia adolescente (che guarda con orgoglio l’esempio materno) - è quella che maggiormente ha coinvolto critica e pubblico, consolidando l’idea che questo momento (quello del voto per le donne italiane) abbia rappresentato una lotta esemplare da recuperare.
Non lo nasconde nemmeno la regista che riflette in un’intervista: «Se nasci donna fai subito parte di un movimento, stai dalla parte di chi ha subìto, non puoi ignorarlo. Nilde Iotti diceva: i diritti non sono eterni, bisogna combattere per mantenerli. Gli ultimi tempi ci hanno mostrato quanto è facile tornare indietro». Così, alla fine, dopo quasi due ore di visione, ecco che ci viene riproposta la solita idea della fuoriuscita individuale per via istituzionale.
Ciò che rimane in sospeso però sono due importanti questioni: cosa è cambiato per la protagonista al rientro a casa o al lavoro e quanto quel diritto di voto ha inciso sulle vite delle proletarie italiane negli anni successivi e fino ad oggi? Quante Delia (questo il nome della protagonista) esistono ancora oggi che si barcamenano tra lavori precari e sottopagati (proprio perché donne), la cura della casa, l’accudimento di figli e anziani, magari accanto ad un marito violento da cui non possono sottrarsi per mancanza di alternative economiche?
Ma pure queste domande non fossero sufficiente motivo di riflessione, è bene ricordare la Storia: quel dritto di voto che nel film viene sbandierato come una battaglia esemplare fu il frutto di una lotta vera di donne proletarie, le donne partigiane, che credevano nella possibilità di un mondo diverso e che in nome di questo ideale hanno combattuto, rischiato o perso la vita.
La risposta al finale di C’è ancora domani si può sintetizzare nelle parole di una di loro, Maria Martina Rustichelli detta Iuccia o Sonia, attiva nei Gruppi di difesa della donna e staffetta partigiana: «A volte penso: “Si è fatto tanto e il mondo non è cambiato! Tanti morti, tanti sacrifici! Ma noi non ci siamo sacrificati per l’ambizione di avere qualcosa… noi donne soprattutto, non abbiamo avuto proprio niente: la parità è sulla carta, è più campata per aria che reale».
In ogni caso, al di là della volontà di Cortellesi, le letture del film sono state molteplici, amplificate soprattutto dall’onda emotiva che circa un mese dopo l’uscita nelle sale, ha investito l’Italia con il femminicidio di Giulia Cecchettin. Un fatto che ha scosso più di altri perché caratterizzato dalla assoluta normalità dei protagonisti e da una quotidianità degli eventi che ci hanno fatto misurare per la prima volta quanto la violenza sia vicina ad ognuna di noi. Per il 25 novembre abbiamo assistito a massicce mobilitazioni di lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti, soprattutto giovani, contro la violenza e l’oppressione alla ricerca di risposte e soluzioni all’attacco impietoso che il capitalismo sta sferrando contro diverse categorie oppresse.
Ed ecco allora che nel film, con quel titolo così rassicurante e con quella storia così «quotidiana», le direzioni riformiste e borghesi del movimento femminista italiano hanno trovato il proprio manifesto. Per parafrasarne un altro di Manifesto (fortunatamente più glorioso, ci sia consentito), uno spettro si aggira in Italia: lo spettro del patriarcato, un sistema che rende le donne tutte sorelle nell’oppressione esercitata dagli uomini; che pone nella differenza salariale il centro della disuguaglianza sociale tra i sessi; che principalmente con l’uso del linguaggio vuole esercitare la propria coercizione sull’universo femminile. Insomma, ecco il nemico da combattere attraverso una unione solida tra donne (tutte le donne di qualunque estrazione sociale), una unione alla quale gli uomini, ma solo se debitamente educati, possono dare il proprio sostegno, una unione che consenta di lottare per abbattere la disparità economica e sociale attraverso leggi, riforme e un uso più attento del linguaggio.

 

L’approccio marxista

Questo modo di approcciare il problema dell’oppressione delle donne presuppone, nella migliore delle ipotesi, l’esistenza di due sistemi paralleli, capitalismo e patriarcato, entrambi contro cui lottare, e che le classi sociali non sono la categoria centrale in cui è strutturata la società: secondo le teorie femministe, saranno le donne (soggetto sociale) a porre fine all’oppressione di cui soffrono. Pertanto, costruire organizzazioni femminili o «femministe», miste o meno (soggetto politico), diventa altrettanto o più importante che costruire un'organizzazione rivoluzionaria.
Allo stesso modo, per porre fine al razzismo e alla xenofobia o nella lotta contro l’omobitransfobia, continuando a moltiplicare i soggetti sociali, tutti in lotta contro la loro oppressione. Ma il problema è che questi gruppi sono attraversati da classi sociali i cui interessi sono contrastanti. Non possiamo negare che ci siano donne borghesi e proletarie, così come anche negli altri settori esiste questa divisione di classe. Ecco perché per noi l’unico soggetto sociale in grado di porre fine a tutte le forme di oppressione e sfruttamento è la classe operaia.
Ciò non significa che non siamo d’accordo sull’unità d’azione di tutte le donne in lotte specifiche come quelle per il diritto all’aborto o per maggiori risorse contro la violenza sessista. Un'unità d'azione che sosteniamo da sempre e alla quale partecipiamo, difendendo i diritti delle donne in una prospettiva di classe e rivoluzionaria.

Però siamo per la costruzione di un partito rivoluzionario, di proletarie e proletari, che combatta ogni giorno ogni forma di oppressione e che diriga tutta la classe operaia a prendere il potere per porre fine al capitalismo e gettare così le basi per creare una nuova società senza sfruttamento o oppressione di alcun tipo. La divisione della classe operaia dovuta alle ideologie e ai comportamenti borghesi che sostengono l’oppressione (razzismo, maschilismo, omofobia), minaccia la lotta unificata contro il capitalismo. Ecco perché è assolutamente necessario lottare per unire la classe. In questo senso, non ci stanchiamo mai di ricordare le parole di Ines Armand, dirigente della Rivoluzione russa: «Se la liberazione delle donne è impensabile senza il comunismo, anche il comunismo è impensabile senza la liberazione delle donne».
Ci sembra perciò inevitabile ripubblicare un articolo già apparso su questo sito e sulle colonne della nostra rivista, Trotskismo oggi, con il quale vogliamo proporre una diversa interpretazione della nascita dell’oppressione delle donne, che smascheri la facilità con cui gran parte della condizione femminile pare risolvibile solo affrontando il nemico «giusto», il patriarcato, unica causa, secondo quanto ultimamente affermato dal movimento femminista italiano, della disuguaglianza tra uomini e donne.

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